Categorie: Moda

Intervista a Artsi Ifrach, tra le voci più poetiche della moda emergente

di - 1 Giugno 2025

Artsi Ifrach, fondatore di Maison ARTC, è un designer autodidatta che ha costruito una delle voci più originali e poetiche della moda contemporanea. Nato da una famiglia marocchina, cresciuto tra Israele, Europa e Medio Oriente, ha scelto Marrakech come luogo d’elezione per dare forma a un linguaggio stilistico profondamente personale, dove memoria, identità e libertà creativa si intrecciano in ogni singolo abito. La sua pratica si muove tra moda, arte e artigianato, al di fuori delle logiche commerciali e stagionali: ogni pezzo è unico, cucito a mano con tessuti vintage e materiali carichi di storia. Più che un marchio, Maison ARTC è una dichiarazione d’intenti: un progetto culturale che celebra la diversità, la lentezza, l’inclusione e la dignità del lavoro manuale. Con le sue creazioni – visivamente intense, Maison ARTC non veste corpi, ma racconta storie, costruendo ponti tra passato e futuro, tra locale e globale. Abbiamo incontrato il designer per parlare di creatività, artigianato, moda e identità.

Maison ARTC

Come definiresti la tua pratica? Ti senti più designer, artista o storyteller?

Io non faccio moda. Io creo emozioni, creo connessioni. Uso l’abito come un mezzo per raccontare storie, per evocare memoria. Ogni pezzo è unico, ogni pezzo è una narrazione. La moda per me non è un prodotto, è un messaggio.

Maison ARTC è un progetto profondamente radicato nella tua identità culturale. Quanto conta il Marocco nel tuo processo creativo?

Il Marocco è la mia casa, la mia anima. Non è solo una geografia, è una filosofia. Lavorare qui mi permette di restare vicino all’artigianato, alla tradizione, alla lentezza. A Marrakech il tempo scorre in modo diverso: qui ogni cosa ha un valore.

Il tuo approccio al lavoro è molto lontano dai ritmi e dai codici della moda commerciale. Perché questa scelta?

Perché non voglio essere parte di un sistema che consuma tutto troppo in fretta, anche le idee. La bellezza ha bisogno di tempo. Io non produco in serie, non seguo stagioni. Creo quando sento qualcosa. Ogni pezzo ha bisogno del suo momento. Anche per questo ho deciso di avere un team piccolo con altre due donne, una realizza gli abiti e l’altra segue i ricami; non c’è nessun’altra persona coinvolta nel processo e quindi tutto quello che vedi è fatto solo da due donne a Marrakech. Molte persone pensano che Maison ARTC sia qualcosa di molto grande, in realtà sono solo due donne e l’unica cosa che chiedo loro è di non venire con la mente, ma con il cuore, così quando lavoriamo, lo facciamo come una famiglia.

I tuoi abiti sono spesso definiti come “sculture tessili” o “performance vestibili”. Ti riconosci in queste definizioni?

Sì, perché un abito per me è uno spazio spirituale. Un tempio. Una forma d’arte che vive con il corpo, che si muove e respira. Non voglio solo vestire le persone, voglio farle sentire parte di una narrazione più grande.

Usi quasi esclusivamente materiali vintage e riciclati. Una scelta etica, estetica o affettiva?

Tutte e tre le cose. Ogni tessuto ha una vita precedente, una memoria cucita dentro. Non lavoro con materiali nuovi perché non voglio “iniziare da zero”: voglio dare nuova vita a qualcosa che ha già vissuto. È un modo di rispettare il passato. I nostri sono tessuti antichi e con una storia importante – a volte abbiamo anche paura nel tagliarli – cui diamo una nuova vita tramite i ricami tutti fatti a mano e le applicazioni per creare qualcosa di veramente unico e prezioso.

Che ruolo ha la spiritualità nel tuo lavoro?

Enorme. Io non creo da solo. C’è qualcosa di più grande che mi guida, che mi parla. Non disegno su carta: tocco, ascolto, sento. Creo in silenzio, in uno stato quasi meditativo. Ogni abito è un atto di fede, di connessione.

Come immagini il futuro della moda?

Spero in un futuro più umano. Dove la creatività torni ad avere valore, dove le persone siano al centro, non le vendite. Un futuro dove le storie contano più dei trend. Dove la moda torna a essere cultura, e non solo consumo. Per me la moda non è un uniforme, ma qualcosa che dovrebbe celebrare la nostra individualità, chi siamo come persone e ciò che vorremmo mostrare nel nostro lato più bello.

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