ITS Contest, vincitori e giuria, ph. G. Koren
Viviamo in un tempo che ha smarrito il vocabolario per descrivere la moda al di fuori della sua funzione mercantile. Ogni sfilata è un evento globale, ogni lancio una campagna virale. Eppure, qualcosa si è rotto. La sostenibilità è diventata slogan, l’innovazione si confonde con l’aggiornamento tecnico, la creatività viene misurata in termini di engagement. In questo deserto di senso, un’iniziativa come ITS Contest non è solo un premio.
Non è un caso che si svolga a Trieste, città che ha fatto del confine la propria identità. Non quello che separa, ma quello che mette in relazione. È da questo margine geografico e culturale che ITS riparte ogni anno per costruire una mappa alternativa del fashion design. Una cartografia che non segue le rotte consolidate delle capitali della moda ma che cerca altrove, tra 74 Paesi e oltre 700 candidature, trovando dieci visioni capaci di resistere allo scorrimento rapido dell’attenzione contemporanea.
La prima urgenza che ITS mette in campo è una riconfigurazione del tempo. Non il tempo accelerato delle collezioni, dei drop, delle capsule, dei trend che nascono e muoiono nel giro di una stagione. Ma un tempo lungo, quasi artigianale, fatto di residenze creative di dieci giorni, di mentoring individuale e collettivo, di visite a stabilimenti produttivi, archivi storici, laboratori di maglieria. Dieci giorni per sviluppare una visione progettuale più consapevole e strutturata. Fermarsi, guardare, ascoltare, mettere in discussione.
I dieci designer selezionati, provenienti da tutto il mondo, non sono stati scelti per la loro capacità di produrre contenuti virali. Lo sono stati per uno «Sguardo singolare e, soprattutto, una capacità fuori dal comune di raccontare storie», nelle parole di Barbara Franchin, fondatrice di ITS.
L’ITS Excellence Award 10×10×10 — 10mila euro, 10 giorni di residenza, 10 mesi di esposizione — istituisce un’altra temporalità possibile. Dieci mesi in cui le opere restano visibili, accessibili, discutibili. Un tempo che consente al pubblico di votare, tramite il Public’s Choice Award, il progetto più coinvolgente. Dieci mesi che restituiscono alla moda la sua dimensione di esperienza condivisa, sottraendola alla logica dell’evento effimero.
Ma è con l’apertura delle mostre presso ITS Arcademy che il progetto assume la sua forma più compiuta. Rise and Shine espone i lavori dei dieci finalisti, inserendoli in una collezione che conta oltre 15mila progetti raccolti in 20 anni di edizioni. Non una vetrina celebrativa ma un’architettura complessa che mette in dialogo generazioni di designer, tracciando le linee di continuità e rottura di un intero ecosistema creativo.
Accanto, EXPOSURE – Quando il mondo ti guarda, da Harry Styles a Lady Gaga compie un’operazione ancora più radicale. Non celebra le icone, ne decostruisce il processo di fabbricazione. La mostra, curata dallo stylist belga Tom Eerebout, sposta il fuoco dal prodotto finale – l’abito, il brand, il designer – alla rete di relazioni che produce l’immagine.
Eerebout non è un curatore qualsiasi. È lo stylist che, oltre a tanti altri, ha costruito l’universo visivo di Lady Gaga. Qualcuno che conosce dall’interno il lavoro di costruzione dell’immagine, quella fatica invisibile che trasforma un corpo in un’icona. Eppure, quando gli è stato proposto di curare una mostra, ha ammesso di aver provato timore. Era un territorio nuovo, diverso. Ma lavorando al progetto ha compreso che lo styling, nella sua essenza, è già un’attività curatoriale: selezionare, accostare, costruire un discorso attraverso gli abiti. Il processo è stato duro, gli ha richiesto di trasferire competenze consolidate in un linguaggio diverso. Lo stesso, ma non lo stesso.
Nel costruire il proprio sguardo, Eerebout sa bene che lo strumento principale di uno stylist non è l’abito ma un archivio personale costruito nel tempo, fatto di riferimenti che vanno da Buffy the Vampire Slayer a Luisa Casati, due dei suoi preferiti ha confessato. Sviluppare un proprio gusto, un proprio archivio di immagini e storie, è ciò che permette di riconoscere ciò che merita di essere portato alla luce. E forse è proprio questa la lezione più profonda che la sua curatela trasmette: che la creatività non nasce dal vuoto ma dalla capacità di coltivare un rapporto intimo e appassionato con ciò che si è amato, studiato, interiorizzato.
La mostra si articola in sette stanze tematiche, dei luoghi-non luoghi. Red Carpet: How Far Can a Body Go interroga il limite di quello spazio apparentemente celebrativo. Non è un passaggio, ma un palcoscenico dove si gioca la trasformazione del corpo in immagine. Un processo che ha conseguenze reali, economiche, simboliche.
Hotel Room. The Fashion Cocoon rivela ciò che la retorica del red carpet tende a nascondere: il lavoro preparatorio, lo spazio liminale in cui l’identità privata viene negoziata con l’immagine pubblica. La stanza d’albergo diventa un atelier improvvisato, un laboratorio di trasformazione. È lì che avviene la metamorfosi, lontano dagli occhi, prima che il corpo entri nella luce dei flash.
The Final Signature compie il gesto più audace: porta alla luce ciò che normalmente rimane fuori campo. L’ultima regolazione dello stylist, il filo che viene tagliato, la spilla che fissa una piega. Un gesto che dura secondi, ma che condensa ore o giorni di preparazione. La firma invisibile, l’autorialità diffusa che la cultura dell’immagine tende a cancellare. Rivelarla significa restituire complessità a un processo troppo spesso ridotto alla dicotomia genio-creatore/icona-indossatrice.
C’è un altro elemento che attraversa il progetto ITS e che merita di essere messo a fuoco: la costruzione di una comunità. Non nel senso vago e retorico del termine ma come rete concreta di relazioni professionali, affettive, generative.
Il programma di residenza ha incluso visite al quartier generale di OTB, incontri con i team creativi di EssilorLuxottica, sperimentazioni con Swatch, dialoghi con Fondazione Ferragamo, focus tecnici sulla maglieria con Modateca Deanna, approfondimenti sui saperi artigianali del territorio attraverso il Museo Carnico delle Arti Popolari. Ma anche momenti di confronto con Pitti Immagine, sessioni con Inside Out e Fondazione Sozzani, incontri con Orsola de Castro, Sara Sozzani Maino, Mattia Battagion.
Questa fitta rete di relazioni non è un contorno, ma il nucleo stesso del progetto. Perché la moda non si fa in solitudine. Si fa in dialogo con chi produce i materiali, con chi ha conservato le tecniche, con chi ha costruito archivi, con chi oggi sta ripensando i modelli di business. È questo il vero capitale che ITS distribuisce. Non solo denaro e visibilità, ma appartenenza.
La presenza in mostra di opere di ex finalisti non è un semplice omaggio alla storia del contest. È una dimostrazione pratica di ciò che ITS rende possibile.
Tra questi, Rebar Aziz, finalista nel 2020, incarna la pluralità di percorsi che il contest sa intercettare e alimentare. Figlio di un sarto di abiti tradizionali iraniani, cresce immerso in un’arte della manualità e della trasmissione. Sceglie poi l’ingegneria meccanica e solo dopo approda alla moda. Ma la formazione tecnica non cancella l’eredità familiare: la assorbe, la trasforma, la porta altrove.
Nei suoi lavori si riconosce la precisione di chi ha studiato le forze e le strutture, ma anche la cura di chi ha visto da bambino le mani del padre modellare il tessuto. I suoi capi nascono spesso dal confine tra tessuto e metallo, tra morbidezza e struttura. Lo studio tecnico garantisce che forme così complesse si sostengano su pochi punti precisi, riducendo il peso al minimo.
Oggi, guardandosi indietro, Aziz confessa che non farebbe domande al se stesso di dieci anni fa ma che si ascolterebbe, per capirsi di più. È una frase che racconta la maturità di un designer che ha imparato a fidarsi del proprio sguardo, e che ha trasformato le sue molteplici eredità – quella artigianale, quella tecnica, quella visionaria – in un linguaggio unico.
Aziz è solo uno dei molti esempi di come ITS alimenti un ecosistema dove le eredità più disparate trovano il modo di intrecciarsi e diventare visibili sul palcoscenico globale. Quella di ITS è una rete che non distingue tra chi è stato scoperto e chi scoprirà, perché ogni partecipante, dai finalisti di quest’anno agli ex allievi oggi affermati, ne diventa parte integrante, alimentandola con il proprio percorso. La menzione speciale della giuria assegnata a Chloë Reners, che tornerà già nella prossima edizione come giurata.
La domanda che attraversa l’intero progetto ITS è implicita ma insistente: perché, oggi, tutto questo è necessario? Perché dedicare risorse, tempo, attenzione alla formazione di giovani designer in un’epoca in cui l’industria della moda sembra ridotta a un gigantesco meccanismo di riproduzione del già visto?
La risposta è nella postura stessa del progetto. ITS non si limita a selezionare talenti, bensì costruisce le condizioni perché possano diventare pensatori critici, non solo esecutori competenti. Li mette in contatto con la storia della moda attraverso archivi e collezioni. Li confronta con le urgenze della sostenibilità non come slogan ma come problema tecnico da risolvere. Li immerge nei saperi artigianali del territorio per mostrare che l’innovazione non nasce dal nulla, ma dalla conoscenza profonda dei materiali e delle tecniche.
La mostra EXPOSURE, con il suo focus sullo styling e sulla costruzione dell’immagine, risponde a queste domande spostando l’attenzione dal cosa al come. Non importa solo quali abiti indossano le icone ma come vengono costruiti quegli abiti, chi li sceglie, come vengono fotografati, come circolano, come diventano memoria collettiva. È un’operazione che restituisce complessità a un campo che la retorica della moda tende a semplificare: l’immagine non è un dato, è un processo. E come ogni processo, può essere compreso, decostruito, ripensato.
«Le storie che raccontano, in modo così personale, hanno valore», dice Barbara Franchin. «In questo tempo sospeso, più che mai, la moda e la società hanno bisogno di nuove voci. La creatività non è un plus. È necessaria».
“Necessaria” è una parola forte. Significa che senza creatività non c’è futuro, o che il futuro che ci aspetta senza di essa sarebbe qualcosa di meno che umano. In un momento storico che vede restringersi spazi di scambio e immaginazione, la moda deve tornare a essere un laboratorio di possibilità, uno spazio dove si immaginano forme di vita alternative.
C’è una scommessa: che quella necessità non sia solo un auspicio, ma una condizione reale. Che il tempo sospeso in cui viviamo non sia solo crisi, ma anche possibilità. ITS, da 24 anni, lavora su questa scommessa. Non come un evento, ma come un processo. Non come una vetrina, ma come un laboratorio. Forse è per questo che, ai confini d’Italia, in una città che ha fatto dell’incontro tra culture la propria identità, questo progetto continua ad avere senso. Perché il futuro, se c’è, si costruisce ai margini. Nelle zone di confine.
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