Tracey Emin, Sex and Solitude, Palazzo Strozzi, Firenze, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2025.
Sex and Solitude, la grande mostra ospitata a Palazzo Strozzi di Firenze fino al 20 luglio 2025, a cura di Arturo Galansino, dà il benvenuto a Tracey Emin in Italia, qui per la prima volta protagonista assoluta di un’esposizione istituzionale.
Già nel titolo si evocano due degli elementi chiave della produzione dell’artista: il sesso e solitudine, aspetti autobiografici che si intrecciano in opere dal forte impatto emotivo, metafore esistenziali che indagano sessualità, malattia e amore. La sua ricerca scava nelle pieghe del desiderio e della perdita attraverso la memoria, dove il corpo svolge il ruolo di protagonista. Il percorso della mostra si sviluppa per aree tematiche e si può suddividere in tre grandi ambiti: il ruolo della donna, del corpo e del linguaggio.
Nelle opere di Emin, la figura femminile richiama le tre accezioni di figlia, amante e madre per scioglierle dagli stereotipi di genere, riabilitarne il significato e riappropriarsi della propria identità. Donna non è oggetto passivo, modella per un artista maschile. È evidente l’esigenza di un “esorcismo artistico” che si manifesta in Exorcism The Last Painting I Ever Made (1996), nella seconda sala, riproducendo lo spazio realizzato in una galleria di Stoccolma in funzione di studio temporaneo, da cui è stato tratto il trittico Naked Photos: The Life Model Goes Mad. Le due opere legano il tema della madre e dell’amante rappresentati nella produzione di Emin: in seguito a un aborto avvenuto cinque anni prima, l’artista, che aveva smesso di dipingere, decide di darsi la possibilità di un recupero in tre settimane e mezzo – il tempo tra un ciclo mestruale e l’altro – lavorando in uno studio le cui attività erano visibili solo attraverso dei fori. Creatrice e soggetto della sua arte, Emin realizza opere che si ispirano agli espressionisti Munch e Schiele, a Yves Klein, Picasso e Goya, scardinando la contrapposizione tra ruolo maschile e femminile. Il tema del doppio si rispecchia anche nell’amore e nella sofferenza generati dal lutto e dall’isolamento: la figlia che conserva e rappresenta le ceneri della propria madre, come nella riproduzione in piccolo formato My Mums Ashes. In the Ashes Room (2020), è simbolo del ricordo e della solitudine durante la pandemia Covid-19.
«My body’s been hurt by love and by sex and by surgery and by rape and by sexually transmitted diseases and by abortions». Da giovane, il sesso per Emin è stato un veicolo di comunicazione mal interpretato che, col tempo, ha lasciato spazio ad altri aspetti, quali l’amore e la cura. Avanzando nel percorso della mostra, dalle concitate ed erotiche prime sale, dove il rosso dell’acrilico domina le tele spalmandosi sulla superficie e mischiandosi con i neri e i blu in un’orgia cromatica, si raggiunge uno stato di ricerca introspettiva che parla di riappropriazione e condivisione. Those who suffer love (2009) è un video in cui la masturbazione di un corpo privato del volto, evento individuale e intimo, si apre all’esterno. I corpi di Emin sono deformi, mutilati: nelle sculture c’è la necessità di celare l’identità dell’individuo e di manifestare la presenza della creatrice lasciando tracce sul bronzo delle proprie impronte digitali. I corpi sono custodi della memoria di chi li ha creati. La mancanza di una caratterizzazione precisa è un atto di riappropriazione per confrontarsi con la sofferenza e il cambiamento: la stessa artista, dopo aver subito varie operazioni a causa di un cancro, si è trovata di fronte a una trasformazione corporea, al ricreare la propria immagine, tema affrontato nell’ultima sala, dove campeggiano enormi tele realizzate esclusivamente con il bianco e il nero. In mezzo a tutto ciò, ancora una volta, la sofferenza, la vulnerabilità e il senso di irrisolutezza a cui segue una riconciliazione tra l’io e il tempo.
La prima sala della mostra è inondata dalla rosea atmosfera del neon Love Poem for C.F. (2007): la scrittura calligrafica di Emin dona fisicità alle parole, facendosi immagine. Il neon, pur considerato “squallido”, è parte dell’autobiografia che l’artista porta con sé da Margate, città in cui risiede. La luce è un amplificatore emotivo tramite cui la parola, espressione soggettiva, è proiettata verso l’esterno, per darsi alla collettività. Anche la narrazione del neon Those who suffer LOVE (2009), è cruda, diretta e senza metafore di sorta: in esse emerge il senso dell’amore, legato al desiderio e alla vulnerabilità. Nelle trapunte appliqué leggiamo «I do not expect to be a mother, but I do expect to die alone». La scrittura è un mezzo di autoguarigione e riappropriazione, in un reiterare di temi: la memoria, il corpo, la questione femminile, il senso del tempo. Lo stesso atto del ricamo, legato alla domesticità, è un potente mezzo di sovvertimento: Emin vi lavora per riconquistare una dimensione di sé perduta, un mezzo di comunicazione e produzione artistica potente e terapeutico.
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