Mare Karina, Alessandro Merlo, Stage Presence, exhibition view
L’artista visivo, fotografo ed editore Alessandro Merlo presenta a Venezia otto scatti realizzati tra Milano e Londra per Coriandoli Magazine: il libro d’arte cartaceo che dissemina le pratiche dell’omonimo collettivo. Una community controculturale inclusiva e festosa che, tramite pratiche visive, performance, eventi e pubblicazioni attorno a temi queer, tende al cortocircuito dei meccanismi mainstream della cultura con l’obiettivo di carnevalizzarla.
Non poteva esserci dunque data migliore che il sabato grasso per l’apertura di Stage Presence presso Mare Karina, a Venezia.
Il carnevale si configura infatti come il regime della disorganizzazione, dell’improduttività e dell’eccesso. È il teatro dell’inverso in cui si dispiega il rovesciamento temporaneo dei valori e il superamento concordato delle identità. Un’eterotopia che, nonostante progressivamente addomesticata in quello che Bachtin definisce «un semplice umore festivo», non ha esaurito la sua sensibilità contestataria, articolandosi invece ancora come medium d’emancipazione e catalizzatore di disobbedienza civile.
Persino la soglia della galleria – febbricitante – sembra partecipare di questa trasgressione, sollevandosi dalle sue tradizionali coordinate e annunciandosi al visitatore già a metri di distanza, asslendolo con i suoi colori saturi: colori di festa che poi, come ricordato da Porpora Marcasciano in una conversazione con Coriandoli, sono anche e ancora colori di guerra, colori di una lotta irriverente e clandestina.
Una volta superato il simulacrum della soglia, si svela il vero motore dell’evento: Conciati per le feste. Una reinterpretazione fotografica del gioco dell’oca che, piuttosto che tragitti prestabiliti, regole e vincitori, moltiplica pose, ruoli e identità.
Indugiando in una sospensione generativa, questo apparato dilata e tradisce possibilità, spingendole fuori dal cono di un’invisibilità abietta e, insieme, oltre il palcoscenico codificato del mondo dell’arte.
Teatralizzando le micro-coreografie del quotidiano, il carnevale in effetti non le elimina ma le rende ancor più evidenti; un vezzo ma anche meccanismo di sopravvivenza che, nel gioco, viene messo in moto da personaggi come la lucentissima cleptomane compulsiva di Magenta o la micotica, psicoattiva e altamente assuefacente Francafungo.
Il delirio ricombinatorio della macchina tuttavia non si limita al perimetro del suo tabellone, alimentando invece una «logica della fuoriuscita» come indicato da Milovan Farronato: «una continua mise en abyme» per cui le immagini diventano scenografia e le scenografie, a loro volta, insinuano la possibilità di nuovi giochi. Il 14 febbraio è pur sempre anche la festa degli innamorati, cornice debole di fronte all’incontenibilià del desiderio con i suoi capricci volubili e eccessi anarchici.
In questo contesto ambiguo di continui scivolamenti e rimandi, la maschera, da materializzazione di finzione, inscena la consapevolezza della performance. I soggetti delle opere sembrano appena usciti da un set fotografico o da una festa e ne indossando ancora i codici residuali, indicando così alcune delle potenzialità perverse, catartiche e contagiose del gioco.
In alcuni scatti questa possibilità sembra coincidere con una differenza senza separazione, una condizione per cui la vicinanza dei soggetti nell’immagine addensa l’identità del gruppo amplificando, insieme, l’unicità di ciascuno dei suoi frammenti festivi. Altre opere si situano invece sul limitare dell’inquisitorio, quasi esigendo una presa di posizione che appare come non più prorogabile.
Infine, il dittico Trova le differenze (2023) – una raffigurazione dal gusto weridcore di quello che sembrerebbe quasi essere un after party di props scenici – allena all’individuazione di uno scarto, riprodudenco così fra nello spazio fra le due cornici, quello slittamento, talvolta minimo eppure decisivo, che fuori mescola i piani di verità e illusione, maschera e identità.
Stage Presence tuttavia non è un after party, né la sua fine, ma piuttosto la spia che la festa non è mai iniziata, e non è mai iniziata perché non è mai finita. La maschera dunque forse alla fine non cadrà o, se cadrà, non mostrerà che la proliferazione di altre maschere, giochi e scene pronte a iniziare.
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