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Fotografa, cineasta, artista visiva: le tre vite della grande Agnès Varda

di - 16 Marzo 2026

«Non ci interessano, perché abbiamo già Cartier-Bresson». Così le risposero nel 1957 quando, rientrata da un lungo viaggio in Cina, propose le fotografie con le quali aveva documentato la vita quotidiana dei villaggi toccati durante i suoi mesi di intenso peregrinare. Ma, nonostante questo, Agnès Varda (Ixelles, 1928 – Parigi, 2019), in una delle sue tre vite, è stata sempre una fotografa. E il suo tesserino di fotografa professionale, rilasciato nel 1950 dalla Confédération Française de la Photographie, lo attesta. Altrettanto lo testimonia la sua decennale attività come fotografa del Théâtre National Popular, all’epoca diretto da Jean Vilar, iniziata nel 1949 e conclusasi nel 1959. Nella sua seconda vita, è stata una grandissima cineasta.

Agnès Varda, Autoportrait dans son studio rue Daguerre

Tanto che, nel 1954, fonda la sua società di produzione, la Tamaris Film, realizzando, nel 1955, il suo primo film Le Pointe Courte, che vede come interpreti Philippe Noiret e Silvia Monfort, girato nel piccolo villaggio di pescatori vicino a Sète, da cui il film mutua il suo titolo, e dove Agnès Varda si era trasferita con la famiglia dal 1940. Così, prese avvio la sua lunga attività di regista, che la vede pioniera della Nouvelle Vague, nonché esponente della Rive Gauche, ma anche tra le firmatarie, nel ’71, del “Manifesto delle 343” per la legalizzazione dell’aborto. Impegno femminista apertamente dichiarato nel film L’une chante, l’autre pas. «Nei miei film ho sempre voluto che le persone vedessero le cose nella loro profondità – diceva – Non mi interessa mostrare qualcosa, ma trasmettere alle persone il desiderio di vedere». Mentre, nella sua terza vita, è stata un’artista visiva. Basti ricordare le sue Les Cabanes de Cinéma, delle minimali ed elementari capanne le cui pareti e falde del tetto, sono costruite con le pellicole intere dei suoi film (su tutte, La Cabane de Bonheur): capanne che fisicamente permettono di attraversare il cinema. Non è un caso, infatti, che affermava di avere «l’impressione di abitare il cinema, il cinema è la mia casa». Casette che sembrano essere una naturale trasformazione dei segni astratti di Carla Accardi in immagini distinte e decifrabili.

Agnes Varda – De-ci de-là, Paris-Rome ©Daniele-Molajoli

Ma, soprattutto, la sua performance, tenuta all’età di 75anni, nella 50.Biennale di Venezia del 2003 diretta da Francesco Bonami, che, a tutti gli effetti, fu il suo battesimo nell’arte. Invitata da Molly Nesbit, Rirkrit Tiravanija e Hans-Ulrich Obrist, a partecipare a Utopia Station, presentò Patatutopia, perché «ho l’utopia di pensare che si possa vedere la bellezza del mondo in una patata germogliata»: un trittico video che mostra i tuberi germogliati, accompagnato, appunto, dall’installazione di settecento chili di patate, e dalla sua performance in cui, vestita da patata, con altoparlanti che elencavano i nomi dei diversi tuberi, si aggirava negli spazi dell’Arsenale. Tuttavia, nelle sue tre vite, non ha mai abbandonato la fotografia: gli storyboard dei suoi film e le immagini che accompagnano le sue installazioni d’arte, lo confermano senza nessun dubbio, perché costantemente ha contaminato un’arte con l’altra. In ogni modo, indipendentemente dal medium da lei utilizzato, Agnès Varda ha sempre guardato il mondo che la circondava, pienamente calata nel suo presente, mettendo in scena tutto quello a cui gli altri non davano particolare importanza o non guardavano, perché «gli altri mi incuriosiscono, mi motivano».

Agnes Varda – De-ci de-là, Paris-Rome © Daniele-Molajoli

Infatti, come scrive Fabio Ferzetti «la sua opera sta tutta nella tensione tra questi due poli: fedeltà a sé stessa e curiosità per il mondo, cioè la gente». Ma non ha mai confuso la vita privata col lavoro: salvo rarissime eccezioni, non ci sono fotografie dei figli né di famiglia. A tutto questo rende omaggio la prima grande retrospettiva in Italia Agnès Varda | De-çi de-là, Paris-Rome, la mostra allestita negli spazi di Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, curata da Anne de Mondenard e Carole Sandrin. Omaggio che si estende fino a Bologna dove, nella Galleria Modernissimo, è stata organizzata la proiezione dei suoi film. Quindi, due momenti che sono complementari e che tracciano un fedele ritratto della regista “col caschetto” che, nata Arlette, da padre greco e madre francese, all’età di 18 anni cambia legalmente il suo nome in Agnès e, a 89anni, parte con JR, con un furgone trasformato in studio fotografico, per circa due anni per la Francia rurale, realizzando il documentario Visages, Villages, che si conclude con Godard, l’amico che alla fine del film rifiuterà crudelmente di riceverla in Svizzera.

Agnes Varda – De-ci de-là, Paris-Rome © Daniele-Molajoli

E, sempre a 89 anni, vince l’Oscar alla carriera, divenendo la prima regista donna a vincerlo (a 57 aveva vinto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia col film Sans toit ni loi, con le cui musiche omaggia Jim Morrison, che aveva frequentato durante il suo soggiorno a Los Angeles). Mentre, a 91 anni, presenta il suo ultimo film Varda par Agnès: un autoritratto, in forma di masterclass, girato durante lezioni pubbliche tenute in teatri e sale cinematografiche ma, anche e soprattutto, una sorta di testamento artistico, col quale desidera «fornire le chiavi della mia opera. Do le mie chiavi, i miei pensieri, niente di pretenzioso, solo le chiavi», svelando che, tra i segreti dei suoi film, il montaggio è quello più importante. E che racconta la parte analogica, del Ventesimo Secolo, e quella digitale, del Ventunesimo Secolo, provando la sua costante curiosità verso qualsiasi novità. Dunque, nelle 130 stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti, manifesti e oggetti personali, si attraversa la sua vita, la sua arte, i suoi viaggi, la sua città d’elezione, i suoi incontri, i suoi interessi, i suoi amici (tra cui spicca l’amata Linou/L’inoubliable Valentine Schlegel, che precede il futuro marito, il regista Jacques Demy), il suo mondo. A cominciare dalla sua casa-rifugio di via Daguerre. Universo decostruito attraverso le diverse sezioni che focalizzano distinti momenti: Prima di rue Daguerre; Il cortile-atelier di rue Daguerre (dove si trasferisce dal 1951, e da cui trae anche il film Daguerréotypes); Una strana Parigi; Foto-scrittura; La città in eco; Donne, persone (anche mediante la bellissima riproduzione digitalizzata di L’Opéra-MouffeI, 1967, attraverso il quale ritrae le persone, anche intervistate, che animano il mercato di rue Mouffetard); Il cortile-giardino; L’Italia di Agnès Varda. E prima di rue Daguerre, in alcuni dei suoi scatti, facilmente si individuano le reminiscenze surrealiste e dada.

Agnes Varda – De-ci de-là, Paris-Rome © Daniele-Molajoli

Basti osservare Noyé (1950), Drôles de gueules (1952), Portraits aux ailes d’ange (1955) e Un ange passe (1955). Mentre, i suoi contatti con l’Italia, oltre alle foto realizzate a Parigi a Fellini e Masina, sono anche gli scatti realizzati a Venezia, a Firenze e a Roma, durante i sopralluoghi per il film La Mélangite (1959), mai realizzato, e per il mensile Réalités (1963) che le affida l’incarico di fotografare Luchino Visconti nella sua villa romana, occasione che le offre l’opportunità di incontrare Godard durante le riprese de Il disprezzo. Il tutto frammisto da video e documenti curiosi, come la locandina giapponese del film Cléo de 5 à 7, e la corrispondenza relativa all’anello indossato da Cléo/Corinne Marchand nel medesimo film. Ma è anche, e soprattutto, un tuffo in quegli anni, in quella Parigi, in quei momenti privati e collettivi, osservati attraverso gli occhi di un’artista che, per tutta la sua vita, è stata sempre fuori le convenzioni.

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