Il Paese di dopodomani, Exhibition view, Ar/Ge Kunst, 2025. Foto Tiberio Sorvillo
Il paese di dopodomani non è un titolo qualunque. Artefice di questa scelta, insieme alla curatrice Francesca Recchia, è la nipote, Emma Snædis Recchia (quattro anni!): allude a un tempo altro, né il presente né un futuro utopico ma l’intervallo del “dopodomani”: un orizzonte in cui la responsabilità verso gli altri si coltiva come un seme sottoterra, invisibile ma vitale.
Ancora prima di entrare nello spazio, dalla vetrina di Ar/Ge Kunst si fanno notare binocolo e un’altalena invitano a ripensare la misura e la distanza tra le cose, a immaginare un modo diverso di guardare il mondo. Strumenti di percezione e di gioco che, nella loro apparente semplicità, aprono la possibilità di un tempo dilatato e sospeso, in cui l’esperienza si fa più lenta e profonda. È forse un tempo accessibile soltanto a bambine e bambini, che sanno abitare lo spazio dell’immaginazione con quella leggerezza che sfugge alla logica adulta. Non distanti sembrano percepirsi degli ambienti, familiari, come se assecondassero il bisogno, troppo umano, di trovare e riconoscere una propria dimensione quotidiana.
Alcuni di questi ambienti ospitano degli schermi, scelti come dispositivi per mostrare delle registrazioni video che prolungano il dialogo-gioco tra le due Recchia, una domanda ricorrente attraversa la conversazione: come continuare a immaginare il futuro senza che questo diventi un pretesto per allontanarsi dal presente?
Oppure, come possiamo trovare la forza e la motivazione per restare fedeli al patto di fiducia con le nostre comunità quando tutto sembra troppo difficile, scomodo o rischioso? Si chiede Ekta Mittal e Ram Bhat del collettivo Maraa di Bangalore. O, ancora, oggi più che mai tutto comincia dalla Palestina? E come possiamo farne il paradigma guida del nostro lavoro? Ne rispondono Alessandro Petti e Sandi Hilal di DAAR. E invece quale è il modo più giusto di mettere al centro, nelle pratiche e nei racconti, la lotta per l’autodeterminazione? Parola a Sanjay Kak. Ancora, ad Amanullah Mojadidi, come possiamo immaginare pratiche capaci di aprire spazi senza ridursi a gesti puramente simbolici o superficiali?
Nel percorso della mostra Stefano Graziani espone una fotografia di un airone scattata a Dubai nel 2008. La sua è un’immagine sospesa, leggera e silenziosa, che sembra appartenere a un tempo dilatato, quasi sottratto al luogo in cui è nata. L’animale è colto nel suo equilibrio precario tra il cielo e un’autostrada deserta, trasformandosi in metafora di un altrove — fragile ma resiliente — dove la contemplazione diventa una forma di resistenza poetica. Lorenzo Tugnoli restituisce dignità e profondità a ciò che spesso resta ai margini. I suoi frammenti visivi, catturati con discrezione e rispetto, si trasformano in narrazioni silenziose che illuminano la dimensione umana dell’esperienza, trasfigurando il contingente in racconto. E Aziz Hazara presenta un video in cui due bambini giocano a sparare: un gesto ambiguo, sospeso tra l’innocenza del gioco e la memoria dolorosa della guerra. In quella scena minima si condensa la ripetizione dei traumi collettivi, insieme alla straordinaria capacità dei bambini di trasfigurare la violenza in finzione, inventando spazi di libertà là dove la realtà si fa oppressiva.
Dunque, come continuare a immaginare il futuro senza che questo diventi un pretesto per allontanarsi dal presente?
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