Un corteo di maschere e spettri, santi e buffoni, tra l’aldilà e il quotidiano, attraversa lo spazio digitale di exibart digital gallery. Con Charivari, mostra a cura di Daniele Perra e visibile in esclusiva sulla piattaforma espositiva online di exibart, Olmo Erba sovrappone il fiabesco contemporaneo a una matrice arcaica, traducendo elementi del folklore e del rito in linguaggio simbolico molto vicino a un sogno ricorrente, con l’accompagnamento di un paesaggio sonoro ambiguo, composto dallo stesso artista insieme a Eleonora Molignani.
«La Storia è andata in loop e sembra mordersi la coda nella circolarità di un eterno presente, permettendomi di estendere il raggio d’azione non solo nello spazio ma anche nel tempo, per ritagliare e “acconciare” lo zeitgeist di ere differenti a mia immagine e somiglianza», scrive l’artista, dichiarando così la sua poetica: un dialogo con il passato che si attualizza attraverso la riscrittura. «Vedo nel Medioevo una chiave tramite cui tentare l’accesso al substrato germinale della cultura occidentale e un antidoto per esercitarvi un influsso salvifico, opponendo al nichilismo contemporaneo l’idea di un cosmo ordinato e volto a un fine ultimo, alla lotta di classe la stabilità del focolare domestico, al tempo della nevrosi imperante quello dell’armonia con i cicli naturali», spiega ancora Erba.
Charivari è un termine che rimanda a un’antica usanza contadina europea, una processione rituale e punitiva, chiassosa e apotropaica, teatro in movimento di una visione in cui convivono ironia e orrore, escatologia e farsa. Figure irsute e grottesche, defunti riesumati, spiriti penitenti e diavoli colorati si accalcano in una sfilata di reincarnazioni collettive. In questa processione del ludibrio, il folklore si fa materia concettuale e drammaturgica. Olmo Erba ne ricompone i frammenti come un archeologo visionario: raccoglie simboli, gesti e reliquie del mondo rurale e li dispone in nuove costellazioni, tra pittura, fotografia, suono e performance. Ne deriva una “archeologia sporca”, che restituisce alla memoria la sua fisicità perturbante, riportando alla luce un inconscio collettivo che abita ancora la cultura occidentale.
Ogni figura è doppia: il vivo e il morto, la maschera e il volto, l’interprete e il personaggio. Come in una danza medievale di scheletri e contadini, Erba costruisce un teatro della memoria in cui convivono l’alto e il basso, la tragedia e la parodia, il sacro e il profano.
Classe 1997, Olmo Erba vive e lavora a Bergamo, dove dirige Crocicchio art space. Diplomato al Biennio Specialistico in Pittura all’Accademia di Belle Arti G. Carrara, la sua ricerca indaga il confine tra paura e meraviglia, tra l’infanzia e la storia, tra la vita e la rappresentazione. Attraverso pittura, fotografia, suono e performance, Erba ricompone le rovine del passato in un linguaggio che unisce l’intimo e il collettivo. Le sue opere sono state esposte, tra gli altri, presso NContemporary, GAMeC, Ex Monastero del Carmine, Il Triangolo Art Gallery e Accademia Albertina.
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