Categorie: Mostre

Il sacro on the road: Cristiano Carotti in mostra da Contemporary Cluster a Roma

di - 29 Aprile 2024

Chi entra da Contemporary Cluster, all’interno di Palazzo Brancaccio, a Roma, per visitare SPAZIO, il vuoto su cui tutto giace, mostra personale di Cristiano Carotti (Terni, 1981), capisce fin dall’inizio di essere stato invitato dall’artista in una dimensione “altra”, in un viaggio oscuro che assume tutte le caratteristiche di una catabasi. La prima immagine della mostra è un candeliere votivo. Seguono un rosone e una pala d’altare. Eppure non stiamo attraversando uno spazio sacro. O forse sì, potremmo essere in una cattedrale. Ma, pronunciando questa parola, dobbiamo tenere bene a mente il significato datole da Kurt Schwitters, quando ribattezzò il suo Merzbau – leggendaria opera ambientale realizzata ad Hannover tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento – come una Cattedrale delle miserie erotiche.

Cristiano Carotti, SPAZIO, il vuoto su cui tutto giace, veduta della mostra, Contemporary Cluster, Roma, 2024. Ph. Giovanni de Angelis
Cristiano Carotti, SPAZIO, il vuoto su cui tutto giace, veduta della mostra, Contemporary Cluster, Roma, 2024. Ph. Giovanni de Angelis
Cristiano Carotti, SPAZIO, il vuoto su cui tutto giace, veduta della mostra, Contemporary Cluster, Roma, 2024. Ph. Giovanni de Angelis

L’evocativo titolo della mostra mette in luce l’importanza del concetto di spazio all’interno del progetto espositivo che, rispetto a questo specifico aspetto, può essere considerato come la naturale prosecuzione della precedente personale di Carotti, Tra cane e lupo, al CAOS – Centro Arti Opificio Siri, Terni, dell’ottobre 2023, a cura di Eleonora Aloise. Come già aveva fatto nella sua città natale, l’artista dimostra qui, ancora una volta, di esprimersi al meglio in una dimensione ambientale allargata.

Se a Terni la mostra metteva in scena uno straniante viaggio lineare nel momento incerto del crepuscolo, qui il viaggio è completamente notturno e si snoda in maniera più labirintica tra i relitti della modernità. Tra questi elementi Carotti va a cercare il sacro in maniera estremamente profana, trasformando la materia attraverso un processo in cui alto e basso si incontrano in luoghi non banali, a metà strada tra miti antichi e moderni, tra paesaggio naturale e antropico, tra spazio e vuoto, appunto.

Venere, la stella del mattino, 2024, ferro e candele in cera, 250x130x71 cm, particolare. Ph. Giovanni de Angelis

Chi segue il suo lavoro da anni sa che il rapporto con l’oggetto sacro è per l’artista un rapporto “ritrovato”, che qui si esplicita in maniera più attiva ed estroversa, quasi esoterica. Le candele accese che accolgono il visitatore di fronte alla porta d’ingresso, gocciolanti cera su grate metalliche, rendono omaggio a Venere, la stella del mattino, una stella a cinque punte, in ferro. L’enorme rosone trasparente non è una finestra, non apre verso l’esterno, non fa entrare alcuna luce. È costituito da un assemblaggio di parabrezza d’automobile crepati, riparati con inserti di alluminio e rimessi insieme a creare una perfetta geometria che rimanda allo Zodiaco. La pala d’altare è dedicata a Pegaso ma il cavallo alato, finalmente libero dal domatore Bellerofonte, non è dipinto su tela o tavola, bensì sul portellone posteriore di un tir illuminato con la luce di Wood. Sparsi a terra, calchi in alluminio, sempre sulla soglia tra homo naturalis e homo mechanicus, dicotomia fondamentale nella poetica di Carotti, come spiega approfonditamente Domenico de Chirico, curatore della mostra, nel suo bel testo di presentazione.

Pegaso, 2024, vernici e catrame su portellone in alluminio, 300×260 cm. Ph. Giovanni de Angelis

A pavimento è anche l’opera più suggestiva di tutta l’esposizione, intitolata Discendi come il fulmine, risali come il serpente: un lampione stradale acceso che si snoda, in maniera non lineare, sul pavimento della sala di fronte al rosone e ci costringe a scavalcarlo per proseguire la visita. Ma prima ci invita ad avvicinarsi alla sua luce che ci abbaglia, diretta com’è dal basso verso l’alto. E solo da vicino si scorge un dettaglio fondamentale: appoggiata al bordo della sorgente luminosa c’è una libellula in argento, attratta (come noi) dalla luce. Ecco ritornare quel combinare sacro e profano all’interno di una dimensione ambientale che assume chiari riferimenti alla strada, sia in termini letterali che metaforici.

Zodiaco, transito di animali, 2024, ferro, alluminio, resina, vetri, 360x360x20 cm. Ph. Giovanni de Angelis

Questa di Carotti è, infatti, una mostra on the road ma a tappe: una esposizione di ambienti che lo spettatore è invitato ad attraversare in successione, senza averne mai una visione d’insieme. Fondamentale in questo viaggio è l’attenzione alla luce, che diventa parte integrante della progettazione delle opere per le storiche sale di Palazzo Brancaccio. Dall’ambiente più scuro — quello iniziale, con la luce gialla delle candele — si attraversa la luce assente, che non entra dal rosone, la luce bianca del lampione a terra e quella viola che illumina Pegaso. E si arriva all’ultima sala della mostra, illuminata in maniera compatta da neon freddi. Per giungervi bisogna salire delle scale ed è come tornare a “riveder le stelle”, l’anabasi che segue la catabasi, l’alba che chiude il viaggio al termine della notte.

Discendi come il fulmine, risali come il serpente, 2024, ferro, vetro, argento, luce Led, 700x87x25 cm. Ph. Giovanni de Angelis

In questa parte finale, la mostra assume una connotazione più ortodossa, con quadri a parete e sculture disposte su plinti, ma il viaggio fatto per arrivarci dà ai cardi (dipinti o scolpiti) tutto un altro sapore. Il grande dittico su tela, raffigurante un ristoro a ponte ormai in disuso, diventa uno sfondo post-apocalittico vuoto, che non ci invita a sostare. Siamo costretti a tornare indietro, per poter ricominciare il viaggio.

Cardi + base , 2024, alluminio, 40x40x100 cm. Ph. Giovanni de Angelis

La mostra di Cristiano Carotti sarà visitabile da Contemporary Cluster, a Roma, fino al 4 maggio 2024.

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