Broken promises, Ph JF Paul Harrison, NY, 1980 Courtesy John Fekner Archive
Pensavate di sapere tutto sulla vivacissima scena dell’arte urbana newyorkese tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta? Forse, tra un Keith Haring e una Jenny Holzer, potrebbe esservi casualmente sfuggito John Fekner, figura chiave di quel contesto eppure spesso elusiva, da riscoprire oggi per completare la conoscenza di quel periodo irripetibile. Ad accendere una luce sarà Broken Promises una mostra in apertura dal 3 luglio allo SPAZIOC21, la prima personale in Italia dedicata a John Fekner. A cura di Jani Pirnat e Brad Downey, in collaborazione col Museo Vzigalica di Lubiana, l’esposizione offre una rara panoramica sul lavoro multiforme di un artista che ha fatto della parola, del gesto e dell’ambiente urbano il fulcro di un’estetica militante e poetica.
«Un artista che non lavorava solo a New York City, ma con New York City», scrisse il critico John Russell sul New York Times. «Scrittore di didascalie per l’ambiente urbano, pubblicitario per opposizione», lo definiva Lucy Lippard su Village Voice. Nato nel 1950, Fekner è stato un pioniere della stencil art. Attivo fin dal 1968 con le sue azioni non autorizzate nello spazio pubblico, il suo primo graffito all’aperto fu la scritta “Itchycoo Park” dipinta al Gorman Park, all’85th Street Park di Jackson Heights, nel Queens. Da quel momento, sviluppò un corpus di oltre 300 interventi noti come Warning Signs, sparsi nei cinque distretti di New York.
Ma includerlo solo nel novero dell’arte urbana sarebbe riduttivo: la sua ricerca attraversa pittura, video, musica, performance, fotografia e arte digitale, in una continua ibridazione di linguaggi. Nel 1981 ricevette il suo primo premio internazionale al Video Culture Festival di Toronto nella categoria Videotex per Toxic Wastes From A to Z, un’animazione in computer grafica a 8 bit.
Figura schiva e refrattaria alle dinamiche del mercato, Fekner ha scelto di restare ai margini per preservare la libertà del proprio gesto. Eppure ha condiviso la scena con autori come Don Leicht – con il quale ha condiviso dal 1976 lo studio a Long Island – e come Crash, Lady Pink, David Wojnarowicz, oltre ai già citati Keith Haring e Jenny Holzer.
La mostra Broken Promises rappresenta un’operazione di scavo nel magma culturale da cui sono emersi il writing, l’hip hop e la videoarte underground. Il percorso espositivo restituisce sessant’anni di attività, svelando le tensioni politiche e le preoccupazioni sociali che hanno alimentato la poetica di Fekner. Dal degrado ambientale all’ingiustizia verso le comunità native, dalla critica ai mass media al dissenso contro il capitalismo predatorio: i suoi slogan stencilati su muri e macerie restano un monito visionario, oggi più che mai attuale.
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