Ettore Sottsass, Arizona, 1977
Inutile girarci intorno: la naturale propensione al fare, al creare, o addirittura al dire, sta tutta in un moto e in un atteggiamento. Bisogna “prendere e uscire”, perché consapevoli che là fuori c’è qualcosa che nutre. Che brilla di una luce propria, appariscente o nascosta che sia. Ambita, tuttavia, tanto da volerla in qualche modo acchiappare anche per un solo istante. Quell’istante al fine irriproducibile che, a ben vedere, per Ettore Sottsass (1917-2007) doveva essere tanto caro.
Continuando la ricerca che da diversi anni la Triennale di Milano porta avanti con lo studio del designer e architetto, si apre un nuovo capitolo espositivo. 1200 fotografie per il manifestarsi di una Mise en scène – come ricorda il titolo dell’esposizione curata da Barbara Radice, Micaela Sessa e Studio Sottsass, con l’art direction di Christoph Radl e un catalogo di Dario Cimorelli editore (12 dicembre 2025 – 15 febbraio 2026). Scatti impressi del più e del meno. Tanto meravigliosi quanto spontanei; voluti, realizzati di getto, in ogni dove, di persone e di luoghi, ritratti e autoritratti. Frammenti imprescindibili di un insieme necessario. A colori e in bianco e nero, che coprono un arco temporale che va dal 1976 al 2007, dall’anno dell’incontro con Barbara Radice, sua ultima compagna e moglie. C’è un nucleo fondante che emerge dalle pareti zeppe di immagini.
Il nucleo variegato di una storia intima. Quella vita privata che solo un occhio nuovo riuscirebbe a non dare per scontata. Ed è lì, quindi, che intuitivamente si annida qualcosa. Rimane e persevera. Sottsass lo aveva capito. Fotografie scattate in ogni dove, a Milano e a Filicudi, negli Stati Uniti e nella Polinesia francese, in India e in Siria. «Quasi quasi lascio lo studio e giro il mondo con la macchina fotografica!», diceva, e «chi sa?», scrive Barbara Radice, «avesse avuto una proposta seria lo avrebbe anche fatto». Non si tratta pertanto di un inno, né tantomeno di una celebrazione, ma di osservare e scovare negli interstizi del mondo qualcosa di costitutivo. Il movente dell’agire, del fare, del dire, del creare immagini che siano già da sé, come frammenti e luoghi, persone e narrazioni.
Al pari di Casa Lana, realizzata da Sottsass alla metà degli anni Sessanta (ora in esposizione permanente sempre presso il Palazzo della Triennale di Milano) ideata come “una piazzetta nella quale si gira e ci si incontra”. L’interno di un accadere, un attimo di attimi possibili ed eventuali. È così, dunque, con un tale impeto che l’architetto e designer portava sempre con sé la sua Leica 21 mm, accompagnata da «un ben più vasto corredo», continua a raccontare Barbara Radice: flash e materiali di diverso tipo più o meno ingombranti. Fotografava in modo spontaneo, come facesse parte del suo vivere. In ogni situazione, «al tavolo, a letto, in bagno, in cucina, camminando, viaggiando»… secondo quale fine poi? E perché focalizzarsi sulla fotografia (e che fotografia!) di un artista che ha lasciato il segno nel design e nell’architettura? «Vorrei che qualche cosa restasse attaccata da qualche parte», diceva, «Mi piacerebbe fermare qualcosa, anche solo una traccia, un luccichio…di quella polvere d’oro che è la vita…!».
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