Table Manners. Courtesy the artists and Barbati gallery, Venice, Italy. Photo Andrea Rossetti
Quando si pensa alle “buone maniere a tavola” la mente corre ad una postura corretta (la schiena dritta!), un uso adeguato delle posate e la regola per eccellenza: masticare con la bocca chiusa, possibilmente in silenzio. Ce lo dicevano le mamme, come stare a tavola: tutta una serie di regole e minuzie per presentarci nella maniera migliore possibile agli altri commensali.
Anche il mondo dell’arte, a suo modo, ha un galateo da seguire con attenzione, ma in questo caso non c’è una madre che ci ricorda di non appoggiare i gomiti sul tavolo ed è facile, perciò, ritrovarsi senza un posto a sedere. The Artist Roundtable, piattaforma di scambio e dialogo creata nel 2020 dalla curatrice Pia Sophie Ottes, nasce proprio nel tentativo di rendere il tavolo del sistema dell’arte un po’ più spazioso e oggi, questo suo progetto digitale, prende finalmente forma fisica in Table Manners, mostra presentata a Venezia nella sede di Barbati Gallery.
Nato nel pieno del lockdown, The Artist Roundtable prende vita da un nucleo iniziale di dieci amici che si è ampliato fino ad accogliere ben settantotto partecipanti nella sua ultima edizione. L’obiettivo di questa “tavolata” virtuale è tanto semplice quanto urgente: creare uno spazio sicuro in cui gli artisti possono discutere delle difficoltà di inserirsi e lavorare in un sistema complesso e spesso imperscrutabile.
Table Manners raccoglie i lavori di 50 artisti internazionali che a queste conversazioni hanno più volta preso parte, creando così un’infrastruttura espositiva che invita il visitatore a considerare non solo l’opera in sé ma il dispositivo dialogico da cui essa nasce e si sviluppa. Il risultato è un mosaico di opere estremamente eterogenee, ma, come sottolinea Julia Marchand nel testo critico che accompagna la mostra, la commensalità è proprio quel momento in cui le differenze hanno modo di incontrarsi, scontrarsi e convivere: «la tavola è uno spazio in cui pratichiamo il disaccordo senza metterci a tacere a vicenda, dove impariamo che la coesistenza non richiede un rigido allineamento ideologico».
Così, materiali, tecniche e poetiche differenti coesistono negli spazi di Barbati, in una cacofonia visiva che non ha nulla di sgradevole. C’è chi, come Ambra Castagnetti, lavora con un materiale principe della storia dell’arte quale il bronzo. Si veda Cancer Season: il suo corpo di donna adagiato vicino alle luminose vetrate della galleria, in bilico tra monumentalità e morbidezza.
Ma c’è anche chi, ed è il caso dell’inglese Sophie Lloyd, si cimenta con materiali inaspettati. Il suo September Sweets è uno splendido lampadario barocco realizzato interamente in zucchero soffiato: un tripudio di verdi e di rosa, di lamponi, figure mitologiche, fiori e foglie sottili.
Lo sloveno Enej Gala presenta invece, in quest’occasione, una delle sue classiche marionette, che nella sua ricerca assumono sempre una dimensione di precarietà e ambiguità. Riprendendo la tradizione spesso marginalizzata degli spettacoli di burattini, l’artista propone figure tanto precise nei loro meccanismi quanto perturbanti nelle loro forme.
Con questo stare insieme un po’ scomodo, a tratti caotico, ma ostinatamente aperto, Table Manners non vuole dunque insegnarci come stare a tavola, ma sembra invece invitarci ad accettare il disordine della conversazione, l’attrito tra posizioni diverse e la coesistenza di opere che non cercano un’armonia forzata.
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