Rirkrit Tiravanija, Untitled, 1995. Half scale single family home no. 47
Promossa da Forte di Bard e Agence France-Presse, la mostra Nutrire il mondo, la sfida globale dell’alimentazione – in programma dal 14 marzo al 19 luglio – esplora attraverso oltre ottanta immagini, le complessità di un sistema fragile, messo a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici e da un uso insostenibile delle risorse. Non basta produrre di più; occorre ripensare il modo in cui coltiviamo, distribuiamo e consumiamo. Dalle criticità degli allevamenti intensivi, responsabili di emissioni record, all’emergere della cultura vegana e delle nuove frontiere alimentari – come i cibi sintetici e funzionali – il percorso espositivo analizza le tensioni tra tradizione e innovazione e pone una riflessione sulla sfida alimentare che coinvolge l’intero Pianeta e la priorità per il futuro: investire in equità e sostenibilità.
Dal 21 marzo al 12 luglio il Forte di bard ospita la 61^ edizione di Wildlife Photographer of the Year, il concorso organizzato dal Natural History Museum di Londra. La mostra presenta alcune delle più eccezionali fotografie naturalistiche scattate oggi nel mondo e accende i riflettori su immagini potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali poco noti, specie spettacolari e contesti naturali molto diversi tra loro, come per esempio la iena bruna tra i resti scheletrici di una città mineraria di diamanti abbandonata da tempo a Kolmanskop, in Namibia, del fotografo sudafricano Wim van den Heever – vincitore del Wildlife Photographer of the Year 2025.
Curata da Franko B e nata dalla collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, la mostra In between places you can find me (Tra i luoghi puoi trovarmi) riunisce una selezione di artisti e artiste dell’Accademia Albertina, tra studenti in corso e giovani autori già attivi nel panorama contemporaneo, uniti da una pratica di ricerca che esplora le relazioni sensibili tra umano e non umano, in un contesto storico caratterizzato da forte instabilità. In programma dal 17 marzo al 26 aprile, il progetto conferma e rafforza un dialogo attivo tra istituzione museale e formazione artistica, ponendo il PAV come luogo di attraversamento, sperimentazione e relazione con pratiche emergenti. Nel percorso, evocativo di uno spazio di ricerca, sono presenti le opere di Marco Berton, Flaminia Cicerchia, Fabio Cipolla, Tommaso Genovese Arianna Ingrascì, Abdel Karim Ougri, Nicolò Marchetto, Alberto Parino,Nicholas Polari, Gabriele Provenzano, Marta Rocchi e Federico Zamboni.
La Fondazione Accorsi-Ometto apre le sue porte, dal 31 marzo e fino al 6 settembre, alla mostra Alla conquista del Rinascimento: Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, da Vercelli a Roma, che ripercorre l’itinerario artistico di Giovanni Antonio Bazzi dal Piemonte alle grandi committenze di Siena e Roma, mettendo in evidenza la straordinaria capacità del pittore di assimilare e reinventare modelli diversi – da Leonardo da Vinci a Raffaello Sanzio, fino al recupero dell’arte classica – trasformandoli in un linguaggio personale, elegante e intensamente espressivo. Il percorso espositivo indaga i nuclei centrali della sua produzione: l’eleganza del disegno, la libertà inventiva, la modernità dello stile e quella tensione costante tra tradizione e sperimentazione che ne definisce l’identità. Ne emerge il ritratto di un artista consapevole e ambizioso, capace di costruire una personale “conquista del Rinascimento”, non solo geografica – da Vercelli a Roma – ma culturale e stilistica.
C’è oggi una fiaba. Castelli, fate, boschi e oggetti magici. Da Emilio Isgrò a Pinot Gallizio, da Kiki Smith a Lucio Fontana è un racconto collettivo in cui la fiaba tradizionale prende corpo attraverso le opere di protagonisti dell’arte moderna e contemporanea. Curata da Roberto Galimberti con il coordinamento generale di Paola Eynard e la consulenza iconografica di Enrica Melossi, la mostra in proigramma al Castello di Miradolo dal 21 marzo al 21 giugno, la mostra intreccia epoche, linguaggi e sensibilità differenti attraverso le opere di Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Lucio Fontana, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, Giuseppe Penone, Yves Klein, Carol Rama, Aldo Mondino, Emilio Isgrò, Luigi Mainolfi, Emanuele Luzzati, Joseph Kosuth, Kiki Smith, Grazia Toderi, Pinot Gallizio, Luigi Veronesi, Joseph Beuys, Sofia Cacherano di Bricherasio e Giuseppe Pietro Bagetti.
In programma dal 26 marzo al 26 luglio, la retrospettiva The House That Jack Built porta all’attenzione del pubblico la trentennale ricerca di Rirkrit Tiravanija intorno alla pratica spaziale e architettonica. Curata da Lucia Aspesi e Vicente Todolí, la mostra prende il titolo da una celebre filastrocca inglese ottocentesca, strutturata come una narrazione ripetitiva e cumulativa, e riunisce per la prima volta la più ampia selezione di opere architettoniche realizzate dall’artista, molte delle quali sono ispirate a edifici iconici firmati da grandi maestri, legati al Modernismo, come Sigurd Lewerentz, Le Corbusier, Rudolf Michael Schindler, Frederick Kiesler, Jean Prouvé e Philip Johnson. Attraverso queste strutture, Tiravanija rilegge le icone moderniste alterandone la funzione originaria mediante attivazioni collettive e inserendole in contesti radicalmente diversi, in cui il visitatore diventa protagonista.
Dal 19 marzo al 23 maggio Fondazione ICA presenta The Second Shadow. Dozie Kanu Mirroring Marc Camille Chaimowicz, with Shared Echoes and Kindred Spirits, con opere degli artisti Marc Camille Chaimowicz (1947-2024) e Dozie Kanu (1993), insieme ad altre opere che li hanno ispirati, a cura di Rita Selvaggio con il supporto di Giulia Civardi. La mostra mette in dialogo due installazioni ambientali concepite come stanze: Jean Cocteau (2003–2014) di Marc Camille Chaimowicz (Parigi 1947 – Londra 2024) e un nuovo intervento site-specific di Dozie Kanu (1993, Houston), pensato come risposta e rifrazione dell’opera storica. Il progetto, frutto della collaborazione tra Fondazione ICA Milano e Nicoletta Fiorucci Foundation, nasce come riflessione sul doppio, sull’eredità e sulla trasmissione affettiva delle forme, attivando una genealogia che attraversa Cocteau, Chaimowicz e Kanu. La mostra non propone una ricostruzione filologica, ma un dispositivo di risonanza: due ambienti autonomi che si osservano e si trasformano a distanza, come superfici riflettenti che ritardano l’immagine per lasciar emergere il pensiero.
Nella project room di Fondazione ICA, dal 19 marzo al 23 maggio, sono esposte per la prima volta tre opere di Giovanni Stefano Ghidini (1957, Urago d’Oglio, Italia) tratte dalla serie 52 Ludlow e parte di un ampio progetto sviluppato dall’artista nell’arco di venticinque anni. Questo nucleo di lavori restituisce l’essenza di una ricerca che intreccia natura, scultura e fotografia, nata nel 1997 sul tetto di un edificio del Lower East Side di New York, dove Ghidini ha coltivato e trasformato girasoli in presenze monumentali e antropomorfe. Attraverso un rituale fatto di cura, attesa e trasformazione, i fiori diventano metafora della vita, della sua ciclicità e della sua impermanenza. Le stampe al platino, realizzate nel 2022, amplificano la profondità emotiva delle immagini, rivelando una bellezza silenziosa e persistente. 52 Ludlow è la prima esposizione assoluta della serie e invita a una contemplazione lenta e profonda del tempo, della crescita e della capacità adattiva degli esseri viventi.
La prima mostra monografica europea di Marco Fusinato – uno degli artisti e musicisti più innovativi del panorama contemporaneo internazionale, che torna in Italia dopo aver rappresentato l’Australia alla 59^ Biennale di Venezia – è in programma al PAC dal 31 marzo al 7 giugno. La mostra, curata da Diego SIleo, promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC in collaborazione con Silvana Editoriale, presenta una selezione dei progetti più significativi dell’artista degli ultimi anni e, in particolare, si concentra su tre progetti, tuttora in corso, che esplorano il tema del rumore, invitando i visitatori a scoprire un intenso universo visivo e sonoro. Nell’ambito dell’esposizione verrà riproposta DESASTRES – la monumentale performance-installazione presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 2022 e in scena per 200 giorni consecutivi: collisioni in cui suono e immagine si sincronizzano per generare un’esperienza completamente immersiva e allucinatoria.
Dal 19 marzo al 4 ottobre Triennale Milano presenta, insieme a Fondation Cartier pour l’art contemporain, una grande mostra monografica dedicata ad Andrea Branzi attraverso lo sguardo del premio Pritzker Toyo Ito, amico e collaboratore di lunga data. Nel percorso espositivo installazioni, oggetti, disegni e fotografie dialogano tra loro, mettendo in luce i temi chiave della ricerca di Branzi. L’esposizione ripercorre anche il legame di Branzi con le due istituzioni: da un lato il suo ruolo in Triennale come progettista, teorico e curatore tra il 1973 e il 2022; dall’altro gli ambienti creati per la mostra Open Enclosures della Fondation Cartier nel 2008. Un focus biografico accompagna il visitatore dalle prime sperimentazioni radicali con Archizoom, passando per Alchimia e Memphis, fino alla maturazione del suo approccio antropologico al design. Una grande installazione site-specific è dedicata a No Stop City (1969–1972), progetto simbolo della sua critica alla metropoli moderna.
Curata da Francesca Picchi con Marco Sammicheli e Studio Mut (Martin Kerschbaumer e Thomas Kronbichler e in programma dal 25 marzo al 6 settembre, la mostra Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity racconta il contributo decisivo dei due progettisti allo sviluppo del design e della grafica internazionale. Attraverso una selezione tra la vastissima produzione di oggetti, arredi, interni, disegni, modelli, bozzetti, fotografie, manuali, marchi, libri, copertine, riviste, l’esposizione ricostruisce un percorso intellettuale e umano immerso nel contesto di vivaci comunità creative internazionali. La mostra nasce da una stretta collaborazione con il Vignelli Center for Design Studies del Rochester Institute of Technology (USA), che conserva oltre 750.000 documenti e artefatti legati ai molteplici ambiti creativi esplorati dal duo nell’arco di oltre cinquant’anni di attività, e grazie all’appoggio della famiglia Vignelli.
Liliana Moro, figura cardine dell’arte contemporanea italiana, la cui ricerca intreccia suono, parola, scultura e gesto, apre il nuovo palinsesto espositivo di Platea | Palazzo Galeano – Fivefold Tuning, a cura Giovanna Manzotti, che introduce un cambio di paradigma nella scansione temporale del programma: non più una successione di mostre personali autonome, ma un progetto unitario che si sviluppa per stratificazioni, relazioni e continuità. Il progetto di Liliana Moro | senza | soluzione di continuità, trasforma lo spazio espositivo in un ambiente installativo e architettonico che diventa asse portante dell’intera programmazione. Essenziale e aperto alla dimensione pubblica, il suo intervento si configura come luogo che riflette senza sosta ciò che accade nella piazza antistante, nel passaggio quotidiano e nello scorrere del tempo, tutti elementi che entrano a far parte dell’opera e la nutrono, innescando una relazione diretta con chi attraversa la città e la vive, di giorno e di notte.
Fino al prossimo 7 maggio il Museo Diocesano ospita The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato, mostra fotografica che, come sotteso dal titolo, rende omaggio a una figura di straordinaria importanza per la ricerca scientifica, capace di portare al centro del dibattito contemporaneo valori fondamentali come l’interconnessione tra essere umano e natura e il rispetto su cui questa relazione deve fondarsi. Curata Laura Covelli, in collaborazione con Vital Impacts, organizzazione no-profit ambientalista con sede negli Stati Uniti, la mostra pone al centro del percorso gli scatti di Michael “Nick” Nichols, celebre fotografo naturalista che nel corso della sua carriera ha seguito Jane Goodall, contribuendo a costruirne il ritratto che ha permesso al mondo intero di conoscerla. Accanto a lui le fotografie, per la maggior parte realizzate da donne, creano un racconto corale e profondamente coerente con l’ eredità di Jane Goodall.
È in programma dal 28 marzo al 27 settembre la più ampia mostra mai dedicata ad Anselmo Bucci riunisce dipinti, incisioni, disegni, fotografie per un totale di oltre 150 opere, molte delle quali inedite e altre in prestito da importanti collezioni private e pubbliche, tra cui la Quadreria Cesarini – Casa Museo di Fossombrone, i Musei Civici di Monza, il Museo del Novecento di Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’Istituto Centrale per la Storia del Risorgimento Italiano. L’opera di Bucci attraversa linguaggi, tecniche e generi con una libertà rara, conservando una coerenza interna fondata su una profonda cultura figurativa e su una profonda sensibilità letteraria, alimentate dall’esperienza diretta della modernità urbana e da quella della Grande guerra, vissuta in prima linea come artista di guerra. A cura di Beatrice Avanzi e Luca Baroni, la mostra evidenzia il ruolo cardine che l’artista ebbe nel passaggio dalla tradizione figurativa ottocentesca alle sperimentazioni del nuovo secolo, offrendo al pubblico e alla critica una delle figure più complesse, colte e indipendenti del XX secolo.
Dall’8 marzo al 3 maggio il Palazzo Assessorile di Cles ospita Lascia che tutto ti accada, un progetto della Cooperativa sociale GSH e del Mart, in collaborazione con il Comune di Cles, che si inserisce nell’ambito di Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 e di Combinazioni_Caratteri Sportivi, Provincia autonoma di Trento, e che in occasione dei Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, affronta il tema della disabilità. Partendo dalle opere di due grandi artisti internazionali disabili, Hans Hartung e Chuck Close, e dalle potenti immagini di Oliviero Toscani e dei MASBEDO, la mostra sviluppa numerosi temi contemporanei: sfida, performance, sport, ma anche fragilità, fatica, paura. Attraverso pittura, scultura e fotografia, il percorso presenta 70 lavori di maestri del XX secolo e di artisti viventi, con particolare attenzione a quelli attivi in Trentino.
Inaugura il 28 marzo, e prosegue fino al 13 settembre, la grande mostra che MUSEION dedica a Franco Vaccari, una delle voci più innovative dell’arte del secondo dopoguerra e dell’arte concettuale in Italia. A cura di Frida Carazzato e Luca Panaro, la mostra Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari riunisce opere fotografiche, video, libri d’artista e materiali d’archivio e propone, per la prima volta, un’estesa esplorazione degli ambienti come nucleo centrale della sua pratica artistica. Il percorso è suddiviso in nuclei tematici e si sviluppa attraverso una sequenza di ambienti e altre opere che esplorano aspetti chiave della pratica di Vaccari. Temi come le tracce lasciate dalle persone, l’inconscio collettivo e la formazione della memoria guidano sia la lettura delle opere sia il progetto espositivo, realizzato da Fosbury Architecture.
Prosegue fino al 29 settembre a palazzo Ducale la mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari, un racconto intorno al complesso e affascinante mondo delle pratiche religiose antiche, in cui l’acqua assume un valore generativo, terapeutico e identitario. Il progetto espositivo a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, è organizzato dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, realizzata in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati di Milano, che ospiterà un secondo momento espositivo nell’autunno del 2026. Il percorso lascia emergere il dialogo tra due civiltà differenti per geografie e radici culturali, tra cui sono fioriti scambi e relazioni lungo quel confine nella ‘terra tra i due fiumi’. Uno scambio di materie prime, reso possibile con l’apertura di nuove vie commerciali, ma anche di idee, culture, saperi. Fiumi, mari e acque sono l’emblema del movimento costante, come quello delle persone, unendosi e conducendo a forme di reciproca conoscenza di uomini e di donne.
Apre il 29 marzo, ed è in programma fino al 10 gennaio 202, The Promise of Change, mostra dell’artista keniota-britannico Michael Armitage, una delle voci più singolari e riconosciute della pittura contemporanea. A Palazzo Grassi è esposto un nucleo di oltre centocinquanta opere tra lavori storici e nuove produzioni che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile, e mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici. La scelta dei soggetti e le allusioni interpretative condividono in lui la stessa forza espressiva. Il pittore non esita ad affrontare temi violenti e difficili, ritenendo che l’arte non possa ignorare la realtà ma debba al contrario impadronirsene: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui o ancora gli abusi di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti.
Al secondo piano di Palazzo Grassi, dal 29 marzo al 10 gennaio 2027, Pinault Collection riunisce due importanti installazioni multimediali – che invitano a vivere un’esperienza meditativa con la natura umana, che unisce intensità visiva, impegno e profondità narrativa – di Amar Kanwar. The Torn First Pages (2004-2008) documenta la complessità della lotta per la democrazia in Birmania. L’opera rappresenta la pratica di Kanwar di raccogliere, sintetizzare e reimpiegare documenti d’archivio. The Peacock’s Graveyard (2023), l’opera più recente dell’artista, è invece una riflessione contemporanea sulla morte, l’impermanenza e il ciclo della vita, quest’opera è l’ultima realizzata dall’artista e fa parte della Collezione Pinault. Sette schermi invisibili, contenendo immagini o testi, tessono una coreografia fluttuante che evoca la magia del proto-cinema. Concepita da Jean-Marie Gallais, curatore della Pinault Collection, la mostra crea questo dialogo tra due opere create a vent’anni di distanza e invita i visitatori a immergersi nell’insieme di dispositivi visivi e narrativi del regista e stimola una meditazione poetica e politica sulla natura umana, sulla giustizia e l’ingiustizia, “sulle conseguenze dell’arroganza della nostra specie”, come cita l’artista.
Lorna Simpson. Third Person offre, per la prima volta in Europa, un’ampia rassegna dedicata a oltre un decennio della sua pratica pittorica. Realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, la mostra a Venezia in programma dal 29 marzo al 22 novembre rinnova il percorso espositivo riunendo circa cinquanta opere – dipinti, collage, sculture, installazioni e un film – provenienti da collezioni private, istituzioni internazionali e dallo studio dell’artista e opere inedite create specificatamente per la mostra a Punta della Dogana. Concepito da Emma Lavigne, in stretto dialogo con l’artista, il percorso veneziano propone una selezione pensata ad hoc, attraverso la quale Simpson costruisce la trama dei fili narrativi che danno forma agli universi di finzione e ai racconti suggeriti dalla sua opera.
Algebra la grande mostra personale dell’artista brasiliano Paulo Nazareth è in programma dal 29 marzo al 22 novembre negli spazi di Punta della Dogana. Il progetto espositivo nasce a partire dell’ampia presenza delle opere di Nazareth nella Pinault Collection e include un nucleo di opere inedite, riunendo oltre vent’anni di pratica artistica e trasformando lo spazio espositivo dell’ex dogana. La mostra, a cura di Fernanda Brenner, trae il suo titolo, Algebra, dall’arabo al-jabr, il rimettere insieme le ossa rotte, evocando l’essenza dell’algebra come arte del risolvere gli incogniti e ricomporre ciò che è stato fratturato. Per Paulo Nazareth, questo diventa una metodologia per affrontare le fratture irrisolte della storia attraverso camminate epiche nelle Americhe, nei Caraibi e nel continente africano. La sua pratica del camminare svela la violenza strutturale — razziale e coloniale — che ha modellato i confini contemporanei, proponendo forme di conoscenza radicate nella relazione invece che nell’estrazione, nella saggezza ancestrale invece che nella mappatura coloniale.
Apre il 28 marzo, a Casa dei Tre Oci, he-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero, la grande mostra di Joseph Kosuth, uno dei pionieri dell’arte Concettuale che pone il linguaggio al centro della propria pratica artistica, sia come contenuto che come soggetto. Presentata da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe, la mostra in programma fino al 22 novembre abbraccia oltre cinquant’anni di carriera: dai celebri lavori degli anni Sessanta, come One and Three Mirrors (1965), in cui immagine, oggetto e testo si fondono in una riflessione sul significato e sull’identità, fino a A Chain of Resemblance (2026), una nuova grande installazione al neon basata su un testo di Michel Foucault, creata appositamente per l’ingresso della Casa dei Tre Oci. Completano la mostra opere storiche come The Fifth Investigation (1969) e Text/Context (1978-1979), che esplorano i temi dell’autorialità e del rapporto tra linguaggio e contesto.
La Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro ospita dal 28 marzo al 22 novembre una grande mostra dedicata a una delle più influenti pittrici viventi, Jenny Saville. A cura di Elisabetta Barisoni, con il supporto di Gagosian, l’esposizione – la prima ampia rassegna veneziana consacrata al lavoro di Saville – ripercorre l’evoluzione dagli esordi negli anni Novanta fino alla produzione più recente con circa trenta dipinti, tra cui opere emblematiche che hanno segnato tappe fondamentali della sua carriera negli ultimi decenni. La ricerca dell’artista affonda le radici nella grande tradizione pittorica: nelle sale del museo veneziano, le sue tele monumentali instaureranno un dialogo intenso con i capolavori del passato presenti a Venezia. Il legame di Saville con i maestri, in particolare con quelli italiani, si manifesta nel costante riferimento alla scuola veneziana, con cui l’artista ha intrecciato nel tempo un rapporto profondo. L’ultima sala presenterà lavori inediti realizzati appositamente per questa occasione, come tributo alla città lagunare e alla sua storia artistica.
Dal 20 marzo al 19 luglio Palazzo Ducale presenta la più grande mostra degli ultimi 25 anni dedicata ad Anton van Dyck, uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico. Proposta come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale, l’esposizione riunisce uno straordinario numero di opere di Van Dyck – 60 in dieci sezioni tematiche – prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum. Il percorso, che non si sviluppa in termini cronologici, si configura come un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, con proposte tematiche che accompagnano lo spettatore alla scoperta (anche) delle opere sacre, oltre la più nota attività ritrattistica.
Inaugurata lo scorso 5 marzo, e in programma fino al 19 luglio, Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia porta a Palazzo Pallavicini 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio – tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. Curata da Anne Morin, la mostra comprende anche stampe vintage e moderne, primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar, ed è pensata come un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono studiate per consentire al pubblico di sperimentare in prima persona le sue modalità di inquadratura e composizione, ricreando giochi di riflessi, trasparenze e frammenti visivi tipici del suo sguardo poetico.
In programma dall’8 marzo al 26 luglio, Cannon Fodder è la prima mostra di Giuditta Branconi in uno spazio istituzionale, dove presenta un nuovo corpus di lavori pittorici affiancati da una grande installazione composta da tele dipinte che il pubblico potrà attraversare fisicamente, entrando nello spazio stesso dell’opera. Il titolo della mostra (“carne da cannone”) fa riferimento a corpi sacrificabili, a una materia destinata a essere consumata da un sistema più ampio. Nello slittamento dal campo militare alla dimensione visiva e simbolica, le immagini di Branconi si trasformano in munizioni di denuncia di un presente violento e opprimente. Con Giuditta Branconi, la Collezione Maramotti prosegue il lungo percorso di esplorazione e condivisione pubblica dell’opera di artisti emergenti che, attraverso il linguaggio pittorico, concepiscono nuovi corpi di lavoro espandendo ricerche e pratiche personali in un progetto ambizioso. In occasione della mostra sarà pubblicato un libro con un testo di Flavia Frigeri, storica dell’arte e curatrice presso la National Portrait Gallery di Londra.
Dal 14 marzo al 19 luglio Palazzo dei Diamanti accoglie un’eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid – provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani – di Andy Warhol, a cinquant’anni esatti dalla mostra Ladies and Gentlemen del 1975-76. La mostra, ideata e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, con il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, segue le tappe della radicale reinvenzione del ritratto tradizionale operata da Warhol prendendo a prestito i codici della comunicazione di massa, l’estetica tecnologica, gli idiomi del glam rock e della cultura camp, le immagini amatoriali scattate con la Polaroid, il linguaggio filmico e persino il reality televisivo. Il pubblico potrà immergersi nel processo creativo del genio warholiano, grazie a un esteso nucleo di dipinti ad acrilico, molti dei quali mai mostrati in Italia, e a una rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato. Filmati e fotografie arricchiscono il racconto per far rivivere l’artista nelle sale di Palazzo dei Diamanti ma anche l’energia irripetibile della scena pop di cui Warhol ha incarnato il mito.
In programma fino al 4 maggio, Sguardi sull’Africa racconta l’emergere di linguaggi artistici
autonomi e originali a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Ospitata negli spazi di Palazzo Gotico, la mostra nasce come dono alla città di Piacenza da parte di Paolo e Bruno Giglio, che trasformano una collezione privata in un progetto culturale condiviso, aperto al pubblico e al dialogo tra culture. Il percorso espositivo, suddiviso in sezioni, raccoglie oltre duecento opere di alcuni dei principali protagonisti dell’arte marocchina moderna e contemporanea – figure che hanno contribuito in modo decisivo alla definizione di una modernità artistica autonoma, capace di dialogare con il contesto internazionale senza rinunciare alle proprie radici culturali – e mette in dialogo tradizione e modernità, identità culturale e sperimentazione formale, offrendo uno sguardo ampio e consapevole su uno dei capitoli più significativi della storia artistica del Nord Africa.
Dall’1 marzo al 26 aprile la project room deel MIC Faenza ospita World of Plenty di Itamar Gilboa, artista profondamente impegnato nelle questioni relative ai sistemi alimentari, alla responsabilità ambientale e alla disuguaglianza globale. Curata da Alessandra Laitempergher, l’installazione affronta il paradosso tra abbondanza e scarsità di cibo nel mondo contemporaneo. Al centro ci sono 260 sculture in ceramica – utilizzando tecnologie neuroscientifiche all’avanguardia, Itamar Gilboa combina sculture in ceramica e video per indagare le dimensioni fisiche, neurologiche e sociali della fame – che rappresentano le cellule cerebrali, corrispondenti al numero di persone che muoiono di fame ogni 15 minuti, il tempo necessario per consumare un pasto veloce, fare una pausa tra una riunione e l’altra o visitare una mostra.
Per la prima volta in Italia, dal 25 marzo al 13 settembre, il Museo Novecento di Firenze accoglie AVANTI!, un progetto espositivo di ampio respiro che mette al centro una dimensione fondamentale e spesso meno esplorata della pratica di Georg Baselitz: l’incisione. Curata da Sergio Risaliti e distribuita sui tre piani del museo, la mostra riunisce circa 170 opere, tra stampe, dipinti e sculture, restituendo la complessità e la radicalità di una ricerca che attraversa oltre sessant’anni di lavoro. Le opere selezionate raccontano la varietà dei temi affrontati dall’artista e ribadiscono la sua idea di arte come processo, trasformazione e gesto sovversivo, lontano da ogni forma di armonia rassicurante. AVANTI! mette inoltre in luce il legame profondo tra l’artista e Firenze, città che ha avuto un ruolo decisivo nella sua formazione, offrendo così l’opportunità di confrontarsi con una delle più grandi personalità della storia dell’arte.
È in programma dal 14 marzo al 23 agosto, a Palazzo Strozzi, una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903-1970). Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, Rothko a Firenze rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per lo spazio, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze. Il percorso – che oltre Palazzo Strozzi si estende alla città di Firenze, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista, ovvero il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo – permette di ripercorrere l’intera carriera di Rothko con oltre 70 opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA) e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.
Dal 27 marzo al 27 settembre Forte Pietro Leopoldo I accoglie Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito. La mostra, dedicata al Seicento napoletano e curata da Nadia Bastogi, ripercorrere l’evoluzione della pittura napoletana dopo la svolta determinata dalla presenza a Napoli di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio tra il 1606 e il 1607 e tra il 1609 e il 1610, attraverso i dipinti raccolti da Giuseppe de Vito, collezionista e studioso di questo periodo artistico. Il percorso, che riunisce 39 dipinti esemplari dei maggiori protagonisti del “secolo d’oro”, intende tracciare una sequenza cronologica che va dai primi interpreti del naturalismo caravaggesco, agli altri artisti che, successivamente, si mostrarono pronti a rielaborarne il linguaggio in forme più orientate verso il classicismo e il barocco.
Nell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi la Galleria nazionale dell’Umbria presenta, dal 14 marzo al 14 giugno, Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento, un mostra, curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, che vuole raccontare una felice congiuntura nella storia della cultura che ha avuto per teatro l’Umbria tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento. Soffermandosi sul momento epocale in cui il carisma di Francesco incontra il genio di Giotto per dare vita a una rivoluzione che segna la nascita dell’arte moderna, la mostra ripercorre la straordinaria stagione artistica che, tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, trasformò la Basilica di San Francesco in uno dei cantieri più innovativi d’Europa, cuore di un rinnovamento destinato a segnare profondamente la storia della pittura italiana. Il percorso espositivo, articolato in otto sezioni e oltre sessanta opere, mette in dialogo i protagonisti della rassegna con i maestri umbri che, tra Perugia, Gubbio, Orvieto, Spoleto e Montefalco, seppero accogliere e reinterpretare in modo originale la lezione giottesca e senese.
Dal 17 marzo al 12 luglio Palazzo delle Esposizioni dedica a Mario Schifano una grande mostra, a cura di Daniela Lancioni, che si articola in ordine cronologico a partire dai lavori degli esordi sino a quelli degli anni Novanta. Il progetto espositivo restituisce la biografia artistica di Schifano attraverso le sue principali invenzioni visive: dalle opere interessate alla sperimentazione con i materiali fino ai monocromi, dalle nuove iconografie mediate dal linguaggio fotografico e dai temi della storia dell’arte ai paesaggi TV e all’immagine in movimento, dai lavori frutto della commistione di fotografia e pittura ai quadri più recenti di esplicito impegno sociale. Lungo il percorso si assisterà a una esuberante e continua rigenerazione della pittura attraverso l’impiego di tecniche, materiali e processi assai diversi tra loro, tra i quali una parte di rilievo avrà il cinema.
Tra i principali protagonisti del rinnovamento della pittura avviato in Italia e all’estero alla fine degli anni ’70, Marco Tirelli presenta, a Palazzo delle Esposizioni, dal 17 marzo al 12 luglio, un’inedita mostra-installazione di grande impatto visivo. Curata da Mario Codognato, la mostra si compone di un insieme organico di quarantadue dipinti e contribuisce alla trasformazione dello spazio in un “teatro della memoria”, dove l’artista costruisce una rappresentazione cosmogonica del proprio lavoro, un atlante visivo che abbraccia e ricompone l’intero suo universo poetico. In questa raccolta si intrecciano memorie visive, frammenti di cinema, letteratura, storia dell’arte e ombre di visioni interiori, dando vita a un archivio che è al tempo stesso personale e universale.
In programma dal 13 marzo al 14 giugno, Pellizza e Ballero. La divina luce è una mostra inedita pensata dal MAN di Nuoro per ricostruire per la prima volta il lascito ideale che Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), padre nobile del divisionismo italiano, consegnò ad Antonio Ballero (1864-1932), grande artista sardo che, a cavallo fra passato e progresso, traghettò una pittura intrisa ancora di istanze realiste verso i modi sperimentali del divisionismo, veicolando la cultura tardo romantica dominante nel panorama dell’isola in direzione di una ricerca scientifica sul colore sposata a una narrazione cangiante del percepito. Il progetto espositivo, curato da Chiara Gatti e coordinato da Rita Moro, con la consulenza scientifica di Gabriella Belli, pone in stretta relazione gli esiti del maestro sardo con gli stimoli ricevuti dal rapporto privilegiato con Pellizza da Volpedo, testimoniati da un confronto iconografico e altresì dalle lettere datate fra il 1904 e il 1907 che ne documentano i contatti e la vivacità del dialogo.
Dal 28 marzo al 12 luglio il Museo Nivola ospita Blue Blooded – Sangue blu, la prima mostra personale in Italia di Hannah Levy. A cura di Giuliana Altea, Antonella Camarda e Luca Cheri, l’esposizione riunisce un gruppo di nuove sculture ispirate al granchio a ferro di cavallo, o limulo: un artropode marino dall’aspetto inquietante che è sopravvissuto per centinaia di milioni di anni e il cui sangue blu è oggi ampiamente utilizzato per garantire la sicurezza di vaccini e dispositivi medici. Opera centrale della mostra è una grande struttura tentacolare in acciaio inox e silicone, che ricorda una leggera tettoia sostenuta da gambe lunghe e sottili. Accanto a questa, sculture in vetro sono sostenute da artigli metallici appuntiti e appaiono come corpi in tensione, colti a metà strada tra lo stato fluido e lo stato solido. Il vetro in queste opere esiste come traccia di un’azione passata: il momento della sua trasformazione allo stato fuso sotto la pressione dell’acciaio inox, congelato nel tempo.
Il MASI inaugura la stagione 2026 con K-NOW! Korean Video Art Today, una mostra che propone uno sguardo sulla scena artistica contemporanea della Corea del Sud attraverso la videoarte, linguaggio profondamente intrecciato alla storia del Paese e alla sua società. Il progetto, aperto al pubblico dall’8 marzo al 19 luglio, mette in luce l’originalità di una produzione artistica che, pur sviluppandosi in un contesto territoriale relativamente circoscritto, si è affermata negli ultimi anni come una delle più dinamiche e seguite a livello internazionale. Nel percorso, allestito per essere immersivo, sono presentate otto posizioni di artisti, artiste e collettivi di nuova generazione, cresciuti nell’ombra di una guerra irrisolta e nel pieno delle rapide trasformazioni della società coreana: Chan-kyong Park, Jane Jin Kaisen, Ayoung Kim, 업체eobchae, Sungsil Ryu, Heecheon Kim, Onejoon Che e Sojung Jun.
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