Ciriaco Campus, La stanza dell'odio #1, By Life
Naturale prosecuzione di una ricerca artistica che mira a smontare le strategie di controllo del desiderio messe in atto da una politica deformata dal peso del potere economico, la mostra “Ciriaco Campus. La stanza dell’odio #1” centra l’attenzione sulle nuove e violente forme di intolleranza che permeano trasversalmente la società contemporanea, grazie anche alla complicità di un sistema di circolazione delle opinioni fondato su followers, haters e leoni da tastiera. Allestita a Roma nella sede di By Life – l’azienda fittizia con cui Ciriaco Campus dal 1997 analizza «le pratiche del consumo, della finta solidarietà umana, della vetrinizzazione totale nell’epoca del qualunquismo planetario», si legge nel testo critico di Antonello Tolve – e realizzata in collaborazione con la Fondazione Filiberto e Bianca Menna e il LARS – Laboratorio Romano di Semiotica, l’esposizione invita a riflettere sulle ipocrisie, sulle contraddizioni e sulle picnolessie di un’umanità in decadenza, attraverso una installazione site specific che stordisce il pubblico e lo intrappola in una distorsione temporale sincronica, in cui si accavallano passato e presente.
L’atmosfera, che ricorda «l’intermittenza di American Horror Story: Asylum», nota il curatore, sembra essersi «congelata tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso»: a ridosso della parete destra di una stanza buia e spoglia, difatti, la luce fredda e anonima di un vecchio lampadario illumina l’interno di una squallida guardiola di sorveglianza, evidenziandone il contenuto. Tra i pochi ma significativi oggetti, un vecchio televisore a tubo catodico attira magneticamente lo sguardo dei visitatori, trasmettendo a ciclo continuo Il cecchino, opera video del 2018, in cui quattrocento immagini di personaggi pubblici, vengono bucate da 719 colpi di fucile. Cambiando al ritmo incalzante degli spari, i soggetti, avvisa Tolve, «mutano in vittime e contemporaneamente in sagome realistiche, in bersagli da tiro utilizzati da un fantomatico cecchino il cui unico scopo è quello di depurare il mondo».
Risuonando nello spazio vuoto, inoltre, l’audio imprigiona gli spettatori in un’opera d’arte totale e teatrale, legata alla messa in scena di quella stessa pratica quotidiana dell’indifferenza che, negli ultimi anni, ha preso il posto del pensiero individuale, del confronto costruttivo e del dialogo. A spezzare questo loop temporale determinato dal ripetersi serrato del medesimo suono, è l’ultima clip del video. Qui Ciriaco Campus descrive con amara ironia la deriva del ruolo dell’artista, il quale, massaggiato dalle immagini televisive e istigato all’odio, non è più in grado di rielaborare creativamente una società ormai disumanizzata e impazzita: sdraiato a terra con un arma di legno in mano, non può far altro che mimare la banalità del male quotidiano.
Visitabile fino al prossimo 29 febbraio, negli spazi di By Life, in via degli Orti D’Alibert, la mostra è il primo momento espositivo di un progetto bipartito (il cui secondo appuntamento è atteso per il 5 marzo) e dedicato a una ferma presa di posizione, in prima istanza etica, nei confronti di un sistema che, secondo Ciriaco Campus, è «in ritardo nel comprendere e gestire i processi di trasformazione della società».
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