Metamorfosi, LABS Contemporary Art, 2024
L’incessante, magnetica trasformazione della materia, una stella che piano piano si raffredda, fino a spegnersi, il nostro sguardo curioso su questo infinito mutamento: è questo rapporto intimo tra il nostro occhio e la continua metamorfosi della natura che i quattro artisti francesi Cécile Beau, Nicholas Boulard, Jean-Baptiste Caron e Charlotte Charbonnel cercano di svelarci attraverso gli interventi delicati e i micro-ecosistemi presentati a Bologna, presso la galleria LABS Contemporary Art. Con estrema minuziosità, questi artisti danno vita a processi chimici e biologici che, a volte, si fanno silenziosi, addirittura invisibili, ma non per questo meno veri e rilevanti.
Cécile Beau, ad esempio, oltre a piccoli pianeti in cemento e sabbia dai nomi di divinità sumere e stampe che ci trasportano in una realtà ultra-terrena, porta in galleria anche Aorista, una roccia vulcanica il cui interno è stato scavato per far spazio ad un sistema audio, nel quale si intrecciano due suoni tanto diversi nell’origine quanto simili nel loro sordo brusio. Si tratta, infatti, della tetra vibrazione delle profondità della terra unita al rumore delle fusa di una pantera, in un’impressionante mescolanza sonora tra minerale e animale. La roccia, poi, è coperta in più punti da un morbido strato vegetale che cresce silenzioso, riportandoci, dunque, al tema della trasformazione, che ritroviamo anche nell’origine stessa della pietra vulcanica in questione: magma che si cristallizza e si fa solido, corposo.
Il cambiamento di stato interessa anche la giovane Charlotte Charbonnel, la quale presenta in mostra, tra l’altro, una spugna pietrificata dall’acqua calcarea: una forma in origine morbida, docile, che si fa scultura porosa e concreta. Concreta si fa anche la lega di metallo che la Charbonnel fa solidificare in acqua fredda corrente per l’opera Molybdomancies, rifacendosi ad antiche tecniche divinatorie, a sciamani che in queste foglie di metallo potevano scorgere il cammino futuro.
In Asterisme, invece, l’artista propone, proveniente da sfere di vetro soffiato, una traduzione in suono della luminosità delle stelle, grazie ad una registrazione effettuata dalla NASA. È la musica lontana di una costellazione, il canto dello spazio più profondo, che invade la galleria e increspa la superfice del vetro.
Più giocosa è, invece, la ricerca di Nicolas Boulard: la sua produzione unisce riferimenti al minimalismo e all’arte concettuale con forme organiche, soprattutto provenienti dal mondo della produzione alimentare. Esemplare di ciò è la sua stampa ad inchiostro Specific Cheeses – Castelmagno, in cui è chiaro il riferimento a Sol LeWitt. Il formaggio rappresentato in quest’opera è, poi, una perfetta dimostrazione di come l’uomo trasformi semplici ingredienti naturali in produzioni complesse e raffinate.
Jean-Baptiste Caron, infine, tenta di rendere manifeste le forze fisiche e meccaniche che governano l’universo: gravità, densità e teoria dei fluidi sono solo alcune delle invisibili trazioni indagate da Caron. In Corps Céleste, ad esempio, una pesante sfera di marmo pare galleggiare leggera nell’acqua, mentre in lavori come L’Espace d’un insant e Au gré des existences è il respiro umano e la sua tangibilità che vengono sondati: il fiato diventa l’esperienza materiale della nostra esistenza e della nostra fugacità.
Cogliendo ed esponendo queste forze della natura, gli artisti in mostra diventano dunque bardi della nuova era, sciamani alla ricerca di una connessione con la vera essenza delle cose, creando così un percorso coerente e ragionato, in cui ogni singolo elemento ci parla dell’eterna metamorfosi della natura e della nostra, altrettanto eterna, fascinazione per essa.
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