#000000, Studio la Città, Installation view, foto Michele Sereni
Nel corso della storia occidentale il nero ha operato come un dispositivo culturale complesso, attraversando ambiti diversi – arte, moda, ritualità sociale – e assumendo nel tempo valori di rigore, autorità, lutto e sacralità. Più che un semplice colore, il nero agisce come confine percettivo e concettuale, tra il visibile e il nascosto, dove la forma si riduce per allenare lo sguardo e ridefinire il rapporto tra materia, luce e tempo. Nel nero, artisti, fotografi e scultori hanno visto e vedono un punto di origine, un luogo di azzeramento, da cui ripensare (anche mettendo in discussione) il presente. E proprio in questa visione si colloca #000000, l’esposizione ospitata da Studio la Città a Verona, assumendo un valore particolare all’interno della storia della galleria. Il titolo, che rimanda al codice esadecimale del nero assoluto nel sistema RGB, coincide con un momento di passaggio significativo: la scomparsa, nel luglio 2025, di Helen De Franchis, fondatrice della galleria. Il nero diventa così colore della perdita, ma anche nuova matrice generativa, origine da cui tutti i colori possono emergere, come nello zero luminoso da cui prende avvio ogni gradiente digitale.
L’ambiguità semantica del nero affonda le radici nella lingua latina, che distingueva tra ater, nero opaco e corrotto, e niger, nero denso e brillante, associato a prestigio ed eleganza. Questa duplicità attraversa la mostra come chiave di lettura, mettendo in dialogo pratiche diverse che utilizzano il nero come superficie attiva, spazio mentale e materia percettiva. Il percorso riunisce Stuart Arends, Federico Borroni, Eelco Brand, Pierpaolo Calzolari, Arthur Duff, Alberto Garutti, Herbert Hamak, Jacob Hashimoto, Igino Legnaghi, Michael Light, Emil Lukas, Hiroyuki Masuyama, Kevork Mourad, Franco Passalacqua, Lucio Fontana, Lucas Reiner, costruendo una costellazione di linguaggi che spaziano dalla pittura alla scultura, dall’installazione alla fotografia e al digitale.
Le opere di Pierpaolo Calzolari occupano una posizione centrale: in Gravure noire (1994) una calla ruota lentamente in un vaso davanti a uno sfondo nero attraversato da impercettibili strisce bianche, attivando una dimensione cinetica che richiede al visitatore un’attenzione prolungata e continua. Il movimento reale dell’elemento naturale entra in tensione con la superficie pittorica, secondo una poetica che indaga i processi fisici primari – combustione, trasformazione, durata – e facendo della materia un organismo sensibile. In Senza titolo (1972), una candela che si consuma davanti a una piastra di ferro ossidata mette in relazione energia e resistenza, effimero e permanenza, configurando l’opera come un evento temporale esposto al mutamento, in cui viene messa in crisi l’idea di stabilità e di durata propria dell’opera d’arte.
Di segno opposto è l’approccio di Eelco Brand, che con l’animazione 3D vwv.movi costruisce un cortocircuito tra immaginario naturale e artificio tecnologico. La campanella bianca che nasce e cresce nello spazio nero richiama un organismo vegetale riconoscibile, ma la sua esistenza è interamente affidata ad un processo computazionale. Il contrasto tra forma organica e produzione digitale evidenzia una riflessione sulla natura come costruzione visiva e sul nero come ambiente astratto, da cui la forma emerge come simulazione. Il nero, poi, assume una valenza analitica nelle fotografie di Michael Light, presenti in mostra con due immagini della serie Los Angeles, realizzate a volo d’uccello. La città notturna appare immersa nell’oscurità, mentre le luci artificiali disegnano una rete geometrica che trasforma lo spazio urbano in una mappa astratta. La visione dall’alto elimina ogni riferimento umano diretto e restituisce la città come sistema luminoso isolato nel buio, accentuando una percezione distaccata e strutturale del territorio contemporaneo.
Un’ulteriore riflessione sul tempo e sulla percezione emerge nella fotografia London–Düsseldorf di Hiroyuki Masuyama, realizzata attraverso la sovrapposizione di centinaia di scatti effettuati nello stesso punto in momenti diversi. L’immagine risultante condensa il tempo in una visione continua, rarefatta, in cui il paesaggio urbano si trasforma in una costruzione mentale più che in un luogo reale. Il nero qui agisce come un fondale che tutto inghiotte, mentre la città appare in una temporalità estesa e artificiale.
#000000 si presenta dunque come un progetto espositivo che assume il nero come strumento operativo e come campo di indagine. Così, la mostra mette in relazione pratiche e generazioni diverse attraverso un linguaggio ridotto all’essenziale e una riflessione condivisa sulle condizioni della visione contemporanea.
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