Copertin a per Pompeo Editori del Grifo, Montepulciano, 1987. Collage su cartoncino, Collezione privata
Il MAXXI prosegue la propria indagine sulla produzione fumettistica di Andrea Pazienza con un’imponente retrospettiva ospitata nella sede romana. Con oltre 500 tavole a fumetti, la mostra dal titolo Non sempre si muore, curata da Giulia Ferraci e Oscar Glioti, si pone in un rapporto di continuità con La matematica del segno, l’esposizione da poco conclusasi al MAXXI L’Aquila, dedicata agli anni di formazione dell’artista e alla sua infanzia. Ora, la narrazione si estende fino agli esiti più maturi della sua produzione, coprendo l’intera carriera del celebre fumettista.
Non sempre si muore. Il titolo della mostra nasce da una dichiarazione dello stesso Pazienza durante un’intervista rilasciata nel 1988 al conduttore radiofonico e televisivo britannico Clive Griffiths. Parole che sembrano richiamare un topos profondamente radicato nella tradizione letteraria: quello dell’opera che consegna l’artista all’immortalità.
«Non morirò del tutto, ma gran parte di me eviterà la dea Libitina», reca un celebre verso dei Carmina di Orazio. La sopravvivenza al tempo tramite la memoria è affidata alla parola poetica e all’opera dell’artista. Così l’eredità di Pazienza sopravvive alla sua morte prematura, avvenuta a soli 33 anni, lasciando un’impronta indelebile nel mondo del fumetto underground italiano. A resistere al tempo non è solo la sua produzione grafica, ma anche la personalità irriverente e la sua ironia dissacrante e tagliente.
In questa chiave, il titolo Non sempre si muore può essere letto anche come un monito: non soffocare lo slancio dell’irriverenza giovanile, quell’insofferenza verso codici morali e culturali imposti che nell’artista diventa linguaggio e, contestualmente, simbolo generazionale. Un linguaggio, il suo, che rifiuta l’assoggettamento a qualsiasi forma di accettabilità pubblica.
Tra gli elementi più riusciti del percorso espositivo vi è proprio la capacità di andare oltre la semplice dimensione antologica. La mostra non si limita, infatti, a presentare il corposo nucleo di opere, ma riesce efficacemente a ricostruire anche il profilo umano dell’artista, attraversato da tensioni interiori, inquietudini e conflitti. Grazie a contenuti autobiografici emerge un ritratto più intimo e complesso, che restituisce ai visitatori la persona di Andrea Pazienza ancora prima che l’artista. Conosciamo le sue abitudini, le sue aspettative sulla politica; ci addentriamo nella sua vita quotidiana da giovane studente, nelle paure affidate ad un diario.
Andrea Pazienza, in arte Paz, nasce a San Benedetto del Tronto, il 23 maggio del 1956 e muore a Montepulciano il 16 giugno 1988. Sono solo trent’anni, trent’anni in cui l’Italia che fa da sfondo ai suoi fumetti cambia vorticosamente: gli anni della contestazione studentesca, di Autonomia Operaia, delle Brigate Rosse, il rapimento di Moro; sono gli anni di piombo, del Movimento del’77, della controcultura studentesca, di una strenua e instancabile crociata contro i valori propugnati da una granitica DC. La produzione di Pazienza fotografa tutto questo, anzi, vi è immersa, lo racconta dall’interno, dagli occhi di un giovane studente fuorisede a Bologna che affida il racconto dei quegli anni alle voce dei suoi personaggi.
Se il primo capitolo di questo grande progetto era incentrato sugli anni della formazione dell’artista, in questa mostra la sua infanzia è raccontata in un prologo spaziale che introduce al percorso espositivo. Troviamo album, sketch, quaderni, testimonianza del precoce esercizio del disegno e di una spiccata creatività.
Una sorta di navata ci accoglie nella seconda sezione della mostra dedicata ai frenetici anni tra i 1974 e il 1981 trascorsi dall’artista a Bologna, dove si era trasferito per frequentare il DAMS, l’allora inedito corso di laurea dedicato ai vari linguaggi artistici. Bologna è per Pazienza un ambiente politico e culturale in fermento, che ribolle di tensioni e conflitti.
Una realtà che si proietta nei fumetti di Le straordinarie avventure di Pentothal pubblicati sulla rivista Alter Alter, ma lo stesso contesto bolognese è trasfigurato da un linguaggio onirico, tra sogni e deliri dell’artista. Gli ambienti da lui frequentati, tra assemblee universitarie, collettivi della sinistra popolare, extraparlamentare, si riversano in pagine e pagine di fumetti divenendo sfondo delle vicende dello stesso Andrea, giovane studente fuorisede a Bologna, e del suo alter ego Pentothal. La trama lascia sempre più spazio al disegno, quasi azzerando la linearità narrativa. Quello in questa sala è un viaggio vertiginoso fatto di stimoli visivi, slittamenti temporali da cui emerge una dimensione volutamente caotica la cui logica risiede proprio nel disordine e nella frammentazione.
Proseguendo, si incontra l’imponente opera dal titolo Zanardi Equestre, un imponente pannello raffigurante il celebre personaggio protagonista di Frigidaire, colto mentre beve da una cornucopia in sella ad un cavallo dalla folta criniera. Questo monumentale pannello fu impiegato per avvolgere la Fontana Masini durante il suo restauro in Piazza del Popolo a Cesena.
E infine la vivace sala animata dalle più varie immagini create dall’artista, un trionfo di schizzi, un’esplosione di disegni e iconiche vignette che colorano le pareti di una sala inondata dalla luce.
Dunque, con questo secondo capitolo il MAXXI mette a disposizione del grande pubblico un vero e proprio testamento dell’artista, fruibile tanto dagli appassionati seguaci del fumettista quanto da chi si avvicina per la prima volta alla sua opera, per via della linearità del percorso e della presenza di tanti elementi che ne ricostruiscono la personalità.
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