FRINGE, installation view. LABS Contemporary Art, Bologna
ll bordo non è un bordo. È un’illusione inventata per dare sicurezza al corpo, non alla mente. Si dice “fringe”quando si vive in un margine, in un limite che ondeggia e non trattiene. Come una pelle che respira o una membrana che decide cosa lasciar passare e cosa trattenere, ma senza mai sigillare davvero.
Da LABS Contemporary Art il luogo è già di per sé una soglia, una chiesa trecentesca diventata taverna, poi galleria. Le sue pareti raccontano trasformazioni in cui il sacro e il profano si sono alternati come due lingue che imparano a parlare insieme. La mostra Fringe, curata da Marta Orsola Sironi, si connette al pensiero di Sara Ahmed sull’abitare, perché orientarsi è più che localizzarsi è decidere come stare al mondo, a quale orizzonte offrirsi e avere un modo di guardare e decidere cosa rendere vicino e cosa lasciare fuori fuoco. E nel mondo attuale, dove il disorientamento sembra l’unica costante, il concetto di nomadismo di Rosi Braidotti trova la sua corrispondenza: non è una fuga che trova spazio nel centro, ma un abitare il margine come scelta.
Il bordo non è mai dove lo immagini. Come nella serie TV Fringe, dove scienza e mistero si confondono, il margine non è confine ma diventa una trama di passaggi tra dimensioni che si sfiorano. In questa mostra si lavora sul bordo vivo. I lavori non vivono isolati ma si intrecciano in un dettaglio di un’opera che fa eco a un’altra; un gesto pittorico richiama una forma scultorea; un colore riappare e ritorna scena dopo scena. Non c’è una soluzione finale, ma una molteplicità di piste aperte.
Varcata la soglia dello spazio, l’ingresso accoglie l’opera di Ty Locke che parte dalla propria esperienza con la dislessia e dal rapporto difficile con la lingua scritta. La plastica delle penne BIC viene piegata simulando tubi al neon, ma non emettendo alcuna luce. Nel concetto di modellazione Hoa Dung Clerget parla della diaspora vietnamita e la pratica della Nail Art, trasformando lo smalto gel in un linguaggio scultoreo. Fiori si aprono su scene collettive che raccontano e trattengono storie di comunità. I Safety Tethers di Alexei Izmaylov sono oggetti transizionali sospesi tra infantilità e provocazione. Questi orsi di peluche ermafroditi, siedono su poltrone e si piegano come se ascoltassero un discorso che non finisce.
Anche Agnieszka Mastalerz lavora sull’ambiguità, ma del sostegno. Le strutture create per guidare la crescita delle piante sono isolate dal contesto e diventano dispositivi di controllo, scheletri indossabili. Hannah Morgan porta lo sguardo nel sottosuolo, non quello delle piante ma delle miniere. Le sue opere uniscono alabastro acciaio, in Animula la soglia tra superficie e profondità diventa scultura di un processo geologico. Con incisioni nette, Amba Sayal-Bennett usa la linea-taglio come fosse una lama. Le sue forme dividendo, riconnettono lo spazio, non delimitano ma aprono.
In corpi ceramici, Dionysis Saraji fonde la mitologia greca e l’ornamento persiano che mutano senza mai fissarsi in un’identità definitiva. Colorati come feste popolari, i suoi lavori sono politica della trasformazione. Allo stesso modo, i bassorilievi in alluminio di Paula Santomé reinterpretano le figure della mitologia classica, non più vittime ma agenti di cambiamento. Infine, i dipinti di Luca Rubegni evocano scene sospese, come entrare in un teatro in cui lo spettacolo sul palcoscenico è già iniziato, intuendo che qualcosa è accaduto prima, mentre ciò che resta è la tensione dell’attesa. Insieme, queste opere non danno risposte. Offrono frammenti. La soglia che abitano non è incertezza, ma una condizione necessaria.
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