Mentre il dibattito sulla decolonizzazione dei musei britannici si fa sempre più serrato, il Victoria and Albert Museum di Londra decide di giocare d’anticipo, portando alla luce ciò che per decenni è rimasto confinato nelle schede tecniche riservate a curatori e restauratori. È infatti ufficialmente online una nuova piattaforma del V&A, interamente dedicata alla provenienza degli oggetti parte della collezione: un archivio digitale che permette di tracciare il pedigree dei manufatti, dalle modalità di acquisizione ai passaggi di proprietà, fino ai contesti storici — spesso coloniali e violenti — in cui sono stati prelevati.
Intitolata How have objects come to be in the V&A? – Come sono arrivati questi oggetti al V&A?, la nuova pagina web permette al pubblico di studiosi e curiosi di ricostruire una vera e propria biografia politica degli oggetti in collezione. Tra i nuclei più caldi già consultabili spiccano i tesori di Maqdala, prelevati in Etiopia durante la spedizione militare britannica del 1868, e i manufatti del tesoro di Asante, provenienti dall’attuale Ghana. Mettere questi dati online significa ammettere, nero su bianco, che il museo non è un contenitore neutro ma il terminale di una complessa rete di potere.
La provenienza, del resto, è diventata il nuovo campo di battaglia dell’etica museale, un luogo di contestazione complesso, che non fa più riferimento solo a reperti archeologici o coloniali: il tema scotta anche quando si parla di arte moderna.
Proprio la gestione dei passaggi di proprietà è tornata recentemente al centro delle cronache con il caso dell’Uomo seduto con un bastone (1918), capolavoro di Amedeo Modigliani, la cui restituzione forzata ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate sulle razzie operate durante i regimi totalitari del Novecento. Se per le opere del genio livornese la tracciabilità è la chiave per riparare a torti storici documentati, per il V&A l’esplorazione della provenance diventa un atto di auto-analisi pubblica.
Di quest’attenzione alla provenienza delle opere d’arte e dei reperti, da qualsiasi epoca essi provengano, il Victoria and Albert sembra essere estremamente consapevole. La nuova pagina web include infatti ricerche su collezioni acquisite in Asia meridionale e in Africa ma anche approfondimenti sulle spoliazioni naziste, cercando di rispondere alla crescente richiesta di trasparenza che arriva da un pubblico sempre meno disposto ad accettare la narrazione del “museo universale” senza conoscerne i costi umani.
Resta da capire se questa mossa faciliterà le restituzioni fisiche o se, al contrario, serva a “mettere in sicurezza” la collezione attraverso una sorta di espiazione digitale. Non dobbiamo infatti dimenticare che rendere pubblico il pedigree di un oggetto è solo il primo passo per una discussione onesta sul suo futuro e rimane comunque un modo, per il museo, di mantenere il controllo della narrazione e dei tempi e delle modalità della restituzione.
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