Come superare l’impostazione colonialista dei musei occidentali? Forse, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica e a diffondere il dibattito tra gli addetti ai lavori nelle più importanti istituzioni museali di Europa e Stati Uniti, c’è bisogno di intervenire anche ad altre latitudini, nei luoghi che hanno subito il colonialismo. Negli ultimi anni, diversi Stati africani si stanno dotando di spazi adatti e, tra questi, il Togo, che ha appena inaugurato il suo primo importante centro d’arte contemporanea. Ricavato in un ex edificio risalente all’epoca coloniale, il Palais de Lomé, situato nella capitale togolese, esporrà opere di artisti del Togo e di tutta l’Africa, ed è l’unico spazio dedicato al contemporaneo in Africa interamente finanziato dallo Stato. E non è superfluo sottolineare quanto sia significativo, nell’ambito di un processo di decolonizzazione da sviluppare e da narrare, che uno Stato si preoccupi della sua produzione d’arte contemporanea.
La storia coloniale del Togo è relativamente recente. I portoghesi furono i primi ad approdare sulle coste del Togo già nel XV secolo ma fu solo nel 1884 che il diplomatico tedesco Gustav Nachtigal stipulò una serie di patti commerciali con il sovrano locale Mlapa III, facendo diventare l’intera regione una colonia della Germania.
I tedeschi diedero impulso alle coltivazioni di cacao, caffè e cotone con tecniche aggiornate e svilupparono le infrastrutture ma ridussero in schiavitù i nativi. Fino a quando, nel corso della Prima Guerra Mondiale, il contingente militare fu sopraffatto dalle truppe britanniche e francesi, che si divisero il Paese. L’indipendenza risale agli anni ’60 e il lungo processo di decolonizzazione ha portato i suoi strascichi fino a oggi, tra colpi di stato militari e dittature.
«Il progetto del Palais de Lomé è nato dalla determinazione di Sua Eccellenza Mr. Faure E. Gnassingbé, il Presidente della Repubblica del Togo», si legge sul sito ufficiale del nuovo centro d’arte contemporanea. Un presidente che, nel 2005, prese il potere con una serie di manovre ai limiti della legalità, oppure, come sostenuto dall’Unione Africana e dalle Nazioni Unite, con un colpo di Stato militare, anche se le elezioni presidenziali si terranno a febbraio 2020.
Il Palais de Lomé fu la residenza dei sovrani coloniali francesi e tedeschi e dei presidenti togolesi ma fu abbandonato negli anni ’90. Nel 2014, il governo togolese commissionò il restauro del maestoso edificio nell’ambito di un’ampia strategia di rivalutazione turistica. Il palazzo, che affaccia sul mare, è circondato da un parco botanico con oltre 40 specie di uccelli. E sì, è un posto bellissimo. «Era un luogo di esclusione, un luogo che era chiuso e proibito e ora è aperto a tutti», ha detto a The Art Newspaper Sonia Lawson, la direttrice del Palais de Lomé.
I biglietti costeranno meno di 2 dollari – che per un Paese il cui PIL pro capite è di 1500 dollari comunque non è pochissimo – ma l’ingresso sarà gratuito un giorno al mese. Lawson spera di attrarre sponsor privati per coprire i costi, comunque pare che una certa visibilità internazionale sia stata riscossa. L’artista statunitense di origini nigeriane Kehinde Wiley, incaricato nel 2017 di ritrarre Barack Obama per la Smithsonian National Gallery of Portraits, era tra i presenti all’inaugurazione.
Tra le cinque mostre inaugurali ci sono “Il Togo dei Re”, che presenterà manufatti provenienti dalle antiche civiltà togolesi, “Three Borders”, una collettiva con sei artisti dai Paesi confinanti, cioè Benin, Burkina Faso e Ghana, e una personale in onore di Kossi Aguessy, designer originario del Paese africano, scomparso nel 2012.
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