Nel 1966 Brian Wilson iniziò a progettare Smile (pubblicato adesso dalla Nonesuch/Warner, 2004) insieme a Van Dyke Parks, personaggio bizzarro quanto cruciale per la musica americana, che aveva il compito di occuparsi dei testi. Wilson era reduce dal recente successo ottenuto insieme ai suoi Beach Boys con Pet Sounds, universalmente riconosciuto come una pietra miliare della musica pop. Eppure, durante la lavorazione di quest’ultimo si stavano accentuando i segnali di un grave squilibrio, dovuto principalmente all’abuso di droghe e all’idea maniacale di raggiungere la perfezione in ambito artistico, mentre già da tempo aveva allentato i rapporti con i fratelli, tanto che questi parteciperanno solo alle fasi finali della registrazione. Smile avrebbe dovuto essere qualcosa di nuovo ed ancora “più perfetto”, oltre che una risposta all’incipiente predominio della musica inglese ed in particolare all’incalzante successo dei Beatles.
Ma mentre stava lavorando con queste idee in testa, appena ventiquattrenne, uscì Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band a renderlo insicuro della superiorità del suo progetto, e questo ed altri motivi contingenti (non ultimi il tempo ed il denaro investiti per ripetere e riassemblare continuamente le registrazioni) lo portarono ad interrompere il lavoro certosino che lo impegnava da mesi. Nel frattempo, però, era uscito il singolo Good Vibrations, un frammento in grado di far comprendere anche da solo la portata del genio visionario del suo autore, definito da Leonard Bernstein uno dei più grandi compositori del Novecento.
37 anni dopo, nel 2003, Brian Wilson si è convinto (o è stato convinto… tante sono state negli anni le dimostrazioni di solidarietà di altri grandi della musica, compreso Paul McCartney) a riprendere in mano quel progetto e a portarlo a termine, sempre insieme a Van Dyke Parks, dapprima presentandolo in alcuni spettacoli live che hanno lasciato estasiati perfino i fans d’annata, ancora preoccupati per le sue condizioni psico-fisiche. Quindi, terminato il tour con grande successo e la benedizione della critica, è iniziato il lavoro in studio per dare alla luce la versione definitiva dell’album, del quale fino a prima ci si poteva fare un’idea soltanto attraverso montaggi casalinghi di frammenti delle sessions del ’66 e ’67.
Le registrazioni sono avvenute riadattando gli arrangiamenti pensati per gli spettacoli dal vivo e nel massimo rispetto degli standards wilsoniani di un tempo, con tutti i musicisti (indubbiamente superlativi, compreso l’ensemble Stockholm Strings ‘n’ Horns) che suonavano insieme nello studio, mentre per i cori è stata addirittura utilizzata una console identica a quella dei Beach Boys negli anni Sessanta. Forse anche per questi motivi, Smile è un oggetto sonoro di una consistenza indefinibile, in fondo un disco di quattro decenni fa che suona più coinvolgente di qualsiasi disco pop di oggi. E con canzoni ed arrangiamenti che sembrerebbero impareggiabili in qualsiasi anno della storia dell’umanità: un continuum di una ricchezza e complessità impressionante, che ad ogni ascolto penetra sempre più a fondo nell’animo e regala le emozioni di un bambino nel più strabiliante dei Luna Parks. Non a caso, la seconda sezione del disco è la più bella proiezione dell’infanzia che sia possibile immaginare, mentre la prima è una riflessione sulla storia americana e la terza – quella più visionaria e a tratti perfino rumorista – un (ironico?) inno alla vita in tutti i suoi aspetti. L’aria che si respira in questo Smile è quella dei grandi capolavori senza tempo, capaci di far sognare, commuovere e donare il più spontaneo dei sorrisi.
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francesco bergamo
decibel – sound Art e musica elettronica è un progetto editoriale a cura di marco altavilla
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