Categorie: Musica

decibel_culto | Intervista a Steve Piccolo

di - 16 Novembre 2004

L’ultimo album “Expedition” è il risultato di cinque anni di viaggi, concerti ed esperienze varie. Cosa è accaduto?
Era forse il ‘97 quando iniziai a giocare con l’idea di un copione per un concerto in grado di ospitare tanti contributi musicali e non. Avevo l’opportunità di fare tre serate di seguito nello stesso locale (Porte Aperte, Milano). Ho fatto gli stessi pezzi, organizzati dentro un’unica storia, ma con gruppi completamente diversi. Lo spunto iniziale veniva da una frase che avevo letto in un articolo dell’Herald Tribune su una spedizione di antropologi: “La parte peggiore di tutto il viaggio è stato quando i topi dell’isola hanno invaso il nostro accampamento.” Mi faceva pensare ad un ecosistema che si rivolgeva contro l’intruso. Cercavo un modo per fare musica che non s’imponeva all’ascolto ma che lasciava spazio per interazione con il luogo, l’architettura, l’ascoltatore. Musica che si comporta da buon antropologo…

E poi? C’è stata un’evoluzione?
All’inizio è troppo, ben quattordici persone sul palco. Poi ho ridotto tutto a un duo con l’artista Luca Gemma: due chitarre e due voci. Qui l’aspetto d’interazione con musicisti o artisti era non soltanto facilitato, ma necessario.
Nel frattempo abbiamo conosciuto Gak Sato. Gak è capace di gestire suoni ambientali, loop, tracce ritmiche, percussioni, e alcuni strumenti molto interessanti (il theremin, per esempio), tutto con grande sensibilità.
Spero solo che qualche eco delle nostre esperienze sia ancora udibile in questo nuovo cd…

Da sempre le tue esperienze musicali si sono intrecciate con le vicende dell’arte contemporanea…
Questione di cattive frequentazioni… Credo che sia necessario lavorare con persone che si esprimono in modi diversi dal tuo. Dieci anni fa mi guardavano storto quando suggerivo certi incontri o scontri. Ma poi ho capito che la grande facilità con la quale gli americani tendono a mescolare le carte può sembrare, a molti occhi europei, faciloneria. Almeno a Milano, comunque, negli ultimi anni si sente un genuino desiderio tra molti artisti di dare vita a esperienze collettive. A volte penso che la mancanza di qualsiasi struttura pubblica di sostegno abbia favorito un clima di cooperazione. O sarà perché in tempi recenti si è sviluppata una più forte consapevolezza della necessità di aprire il processo artistico anche al pubblico e alla comunità?


Luca Pancrazzi ha lavorato all’artwork del tuo ultimo cd. E con lui collabori da molto tempo…

il nostro rapporto nasce via email. Lo seguivo e mi piaceva molto, dunque gli ho scritto per una collaborazione. All’inizio stavo ancora facendo l’errore di cercare di mettere i video dentro i concerti, un po’ perché negli anni ’90 era molto facile vendere uno spettacolo multimediale. Poi ci sembrava che sia il video sia la musica perdevano qualcosa in quel contesto. Quindi ci siamo messi a fare lavori insieme (e con Gak Sato) che nascono come insieme di immagini-azioni-suoni.
Questo “trio” ha preso il nome DE-ABC, progetto che costruisce lavori in cui il suono è una componente importante. A volte non c’è neanche una parte “visiva”. Abbiamo fatto punti d’ascolto da posizionare in giro per Milano: Isola dell’Arte, Salone dell’Arredamento Urbano. Opere con molti musicisti sparsi in spazi architettonici dove si esplorano le risonanze dell’edificio, e l’ascoltatore deve per forza spostarsi in continuazione per sentire la musica, creando un mix ambulante (Natural Mixer 1 alla Stecca degli Artigiani-IDA, Natural Mixer II nella sede di Abitare-Segesta a Milano); una performance a Galleria Mazzoli che ricreava una sorta di retroscena sonora per il lavoro di Luca visto nella galleria, e un’installazione al Palazzo delle Papesse. Il prossimo progetto è sul suono come strumento di propaganda (TKBK CTRL).

E la tua recente collaborazione con Adrian Paci?
Mi piace il lavoro di Adrian, vi trovo gesti ponderati ma di grande impatto. Un sentimento lucido, forse. Mi ha fatto vedere un video (Slowly) dove utilizzava un effetto digitale di rallentamento che influiva anche sul suono registrato dalla telecamera. A un certo punto il suono si disintegra, come una foto quando i pixel si separano nell’ingrandimento. Il depixellarsi del suono è intrigante e irritante. Comunque era il nostro punto di partenza. Ho cercato di ricostruire un effetto di voci che si sbriciolano attraverso una specie di microscopio sonoro, usando programmi di sintesi granulare. Gak mi ha aiutato a migliorare la resa dei suoni, creando una grande tensione elettronica. Ma mancava ancora qualcosa. Quando non so cosa fare mi metto a suonare uno strumento “vero”, improvvisando. Nello studio avevo una specie di cetra che suono con le bacchette cinesi. Forse la fusione tra i suoni elettronici e questo suono molto, troppo umano ha creato il paradosso giusto per il video di Adrian.

Vivi a Milano da ormai 14 anni. Hai vissuto l’ambiente musicale e quello artistico. Come ti sembra attualmente il panorama musicale italiano?
A volte penso che Italia sia un paese di grandi musicisti e di discografici inetti. Con i musicisti che ci sono, questo paese potrebbe avere una vera identità su varie scene internazionali. Ma non voglio inveire contro un nemico moribondo… speriamo solo che l’agonia delle major duri poco, così lasciano lo spazio a cose nuove.
Ultimamente ho sentito molte autoproduzioni interessanti: a Cesena gli Aidoru, a Latina i Neo, o i progetti di singoli come Brusci (Timet), che da anni fa musica stimolante fuori dai schemi del business. Poi musicisti come Vincenzo Vasi, Mirko Sabatini, Walter Prati, che vivono in un mondo fatto di improvvisazione, jazz, elettronica, contaminazioni varie. Anche il gruppo Alter Ego, con Francesco Dillon al violoncello. Massimo Carozzi, anche nel progetto El Muniria con Emidio Clementi. Zu. Medves/Riccardo Wanke. Solo per citare alcuni.

E l’arte? Cosa succede a Milano?
Da buon americano spesso mi stupisco quando osservo i progetti fantasmi come la famosa Fabbrica del Vapore, il museo di Design, il museo del Presente alla Bovisa… Tanti anni di governo prima leghista poi forzista hanno messo fine a qualsiasi pretesa di essere capitale di qualcosa che non sia il commercio o l’inquinamento. Credo che la storia della Stecca degli Artigiani nel quartiere Isola sia emblematica… Ma a me piace molto Milano, e spero che tutte le persone creative che vi abitano trovino un po’ di energia per contribuire ad un cambiamento ormai urgente.

crediti fotografici: Yayoi Animoto

bio
Steve Piccolo musicista, co-fondatore dei Lounge Lizards, autore di canzoni di successo (suo il testo di “Self-Control” di Raf), produttore (Massimo Volume), stretto collaboratore di Elliott Sharp. Vive e lavora a Milano dal 1990.
Per una biografia completa, discografia, foto visitate il sito ufficiale che trovate nei link correlati di sotto.

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marco altavilla

decibel – Sound Art e musica elettronica è un progetto editoriale a cura di marco altavilla

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