Riferendosi al tema dell‘Information Arts, la decima edizione del Festival Sonic Acts quest’anno si è comunque limitata a presentare nella sua programmazione musicale due case discografiche di punta, la tedesca Raster Noton e l’inglese Touch. Una scelta probabilmente criticabile dal punto di vista curatoriale, ma che, in fin dei conti, ha avuto una sua validità artistica inopinabile. L’inizio della programmazione è stato affidato ad un set di 4 ore di Mimeo, il raggruppamento elettronico “stellare”. Qualche intensa emozione – malgrado la scarsa qualità del suono – provocata da Thomas Lehn e dal rumorismo energetico generato dal suo synth analogico. L’atteso live dei Radian, il fenomenale trio austriaco, si è dovuto confrontare a mezzanotte e mezza con un pubblico di ventenni radunati per la serata techno. La loro bravura non poteva nascondere la cattiva scelta tempistica della programmazione, essendo stati intimiditi da rumori e disturbi incessanti. Un avvio che ha destato qualche perplessità…
Il primo giorno di symposium viene aperto da Tobias Van Been, renegade theorist di Montreal. Con l’uso abbondante di “campionamenti bibliografici”, il canadese ha cercato invano di mostrare l’onnipresenza del futurismo nell’era contemporanea, mettendo inutilmente in parallelo Marcel Proust (il riferimento al tempo passato) con DJ Shadow (l’uso di vinili introvabili). In completo contrasto, l’intervista al sound artista svedese Carl Michael Von Hausswolff, che in 20 minuti introduce, con umorismo ed intelligenza, il suo lavoro di artista e curatore e l’essenza delle sue ideologie legate al regno Elgaland-Vargaland: lo stato virtuale creato nei non-territori (i no man’s land). È lo stesso CMVH ad inaugurare con grande classe e maestria la sera Raster Noton. Per l’occasione, il palco diventa centrale con 4 grandi tavoli (uno per performer), permettendo all’ascoltatore di muoversi in funzione del suono, con una qualità nettamente migliore rispetto la sera precedente (sotto i saggi consigli di Frank Bretschneider aka Komet). Pochissime novità ma grandi sono state le performances della casa tedesca: in particolare lo stesso Komet e il russo COH. Per la programmazione del live-cinema nella small hall, Codespace (aka Jash) è stata senza dubbio una gradevole sorpresa del festival. Lo svizzero, di formazione classica contemporanea, ha integrato disegni real-time con immagini in movimento creando uno spazio geometrico-sonoro tridimensionale di grande sensibilità. Dopo i sets della casa tedesca, la main hall ha proseguito con DJ Rupture, stranamente accompagnato dalla video artista digitale Solu: fusione di due stili opposti che non si amalgamano nel migliore dei modi.
Un festival in crescendo che ha chiuso la programmazione con uno showcase impeccabile della Touch. Chris Watson ha aperto con due pezzi, tra i quali la prima esclusiva di Ghost Train, un’installazione sonora presentata in Messico alla mostra Sound Oasis (inaugurata a fine settembre 04). Un viaggio sonoro di 27 minuti che ha condotto l’ascolto del pubblico dalla costa nord-ovest del meraviglioso paese fino alla città di Veracruz nel sud-est, a bordo di un treno che ha cessato di esistere. Subito dopo Philip Jeck ha preso il cambio con una performance di grande qualità e con un inizio di 25 minuti particolarmente accattivante. Senza nessun distacco, lo svedese BJ Nielsen/Hazard è partito con i suoi field recordings ricollocandoli in un contesto
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raster-noton.de/>sito della Raster Noton
nosignal.slab.org>sito di [no.signal]
eric namour [no.signal]
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