Abbiamo acquisito una certa familiarità con l’immagine dei dj che, invece di usare cautela per consentire la migliore riproduzione possibile del vinile, intervengono in maniera funambolica sulla rotazione dei dischi. La forza di questa immagine ha origine nelle comunità africano-americane di New York in cui, dagli anni 70, il giradischi, sorgente della fedeltà dell’ascolto, si trasforma in qualcos’altro.
Parallelamente a quanto accade nel Bronx, Christian Marclay, arrivato a Ny nel 78, inizia ad accumulare vinili acquistati per non più di un dollaro in svendite e negozietti dell’usato. Come i pionieri dell’hip hop, Marclay difetta del rispetto dovuto alle incisioni. Ma si muove diversamente: manipola la plastica con tagli, calore, materiali incollati.
L’istallazione consta di quattro grandi schermi sui quali si succedono brevi spezzoni che catturano esecuzioni musicali tratte da una moltitudine di film
Video Quartet impressiona. Impressiona poiché rende quasi tangibile il minuzioso lavoro di selezione e di assemblaggio dei circa mille spezzoni. Impressiona per gli ottimi risultati sonori raggiunti: un brano notevolmente stratificato e cangiante che raggiunge un climax nei minuti centrali in cui Marclay si concentra sulla voce femminile.
Impressiona ma lascia perplessi. Lascia perplessi perché, essendo il montaggio fortemente orientato dalla traccia sonora, fallisce nel creare una tensione soddisfacente tra le immagini. Il materiale di partenza rimane inerte e la ricerca di facili isomorfismi tra i quadri non aiuta.
Si riceve quasi la sensazione che l’aspetto visivo possa distrarre, come una sorta di enorme trivial pursuit della celluloide, dalla fruizione della complessa composizione. Marclay, dispiace dirlo, non è in grado di trasferire in Video Quartet la capacità, altrove dimostrata, di dare nuova vita ai testi ri-contestualizzati.
link correlati
http:/artnet.com/ag/galleryhomepage.asp?gid=264
http://mcachicago.org/cm_media/run-index.htm
francesco tenaglia
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