Fondazione Dalle Nogare, Inaudito, transart 2020, foto Tiberio Sorvillo
Avevo raccontato l’edizione 2017 di Transart. Torno al Festival bolzanino tre anni dopo, il 19 settembre, per seguire uno dei momenti clou – Inaudito/Unerhört – dell’edizione 2020, la ventesima. Anche qui, in un’estate che ha dato tregua forse solo stagionale a dolori e angosce della pandemia, ci si è adoprati con successo per aggiustare il tiro. Protagonista dell’evento doveva essere il compositore austriaco Georg Friedrich Haas. E lo è stato, ma in condivisione con altri autori. Nato a Graz nel 1953, il suo Invain per 24 esecutori e proiezioni luminose è stato giudicato dalla rivista The Classic Voice la composizione più rappresentativa dei primi due decenni di questo secolo. Evviva. Haas doveva venire a Bolzano con la moglie, l’artista Mollena Williams che si occupa di BSDM (Bondage/Sottomissione/Dominazione/Masochismo), pratica quotidiana che l’eroicoerotica coppia fa basculare fra privato e pubblico-artistico. Purtroppo, causa Covid son rimasti negli Usa, dove vivono, quindi lui è arrivato con la sola musica, mentre lei era a Bolzano virtualmente, in una sorta di “confessionale laico”, come lo ha definito Peter Paul Kainrath, direttore artistico di Transart. Collegata in streaming dall’Arizona, si disponeva con chi voleva stare al gioco a un dialogo a distanza sull’intimo della relazione con il marito. Titolo eloquente: Ask me! Be not afraid!.
Venendo alla musica, onore al merito del co-curatore Hannes Kerschbaumer, capace di far dialogare con gusto e intelligenza autori anche lontani stilisticamente. Chiaro che non era facile gestire gli imprevisti di una contemporanea performance di solisti o piccoli gruppi di due differenti ensemble – uno era l’ottimo Chromoson, l’altro il già quotatissimo Mdi – distribuiti negli spazi della splendida Fondazione Antonio Dalle Nogare che ospitava, e forse non ha aiutato l’andirivieni dei “gruppi d’ascolto”; ma qui stava proprio una delle peculiarità della proposta, e come tale andava accettata e apprezzata. Funzionava così: accolti in cortile da un calice di vino, a gruppi ristretti e, chiaro, mascherati e distanziati il possibile, si veniva accomapagnati alle sessioni d’ascolto nei vari spazi della collezione permanente, compreso il giroscale, anch’esso occupato dai musicisti. In biblioteca un docufilm sulla coppia Haas/Williams, a parte il “confessionale”. Ingresso dalle ore 17, chiusura prevista le 22, entrata e uscita a piacere, dopo aver partecipato a uno o più “tour”.
La musica di Haas si sviluppa nel corso dei decenni in modo eclettico: dal radicalismo delle avanguardie post-weberniane all’acquisizione di esiti della scuola spettralista francese, condita più recentemente con un certo pacificato minimalismo. Esperienza, quest’ultima, meno interessante. Per la prima volta in Italia è stato qui possibile farsi un’idea abbastanza precisa del suo percorso. Così, accanto a un Equinox un po’ prolisso e piacione s’è ascoltato Tria ex uno per sei strumenti, una graduale, suggestiva immersione delle antiche polifonie di Josquin Desprez in un presentissimo magma incandescente. Ed estratti dall’ampio ciclo per strumenti soli …aus freier lust … verbunden … , che inizialmente doveva esser proposto integralmente, ma che nella modifica del programma ha finito con il condividere l’impaginato con brani di altri autori che con Haas hanno poi avuto la gratificazione di esecuzioni di qualità. I componenti dei due ensemble sono in realtà eccellenti solisti. E allora fuori i nomi: dell’Mdi l’impeccabile Corinna Canzian, che riesce a farci sentire come ormai classici i due Capricci di Sciarrino per violino che incorniciavano una novità di Bernardo Mariani eseguita da Elia Leon Mariani. C’era il pianoforte di Luca Ieracitano in una bella versione del Regard de l’Esprit de joie di Messiaen, mentre il violista Paolo Fumagalli e il violoncellista Giorgio Casati venivano rinchiusi con i violinisti e il pubblico nel buio del garage per esecuzioni “cieche” di frammenti del Quartetto n. 9 di Haas. A due giorni dall’autunno era poi una vera goduria salire fino al giardino pensile con vista su vitigni di Traminer e Lagrein per accompagnare il flauto di Mattia Petrilli nell’accademicamente ben scritto estratto dal citato ampio ciclo di Haas; o, tornando al pianoterra, per ascoltarne un altro dal clarinetto di Paolo Casiraghi. Il Chromosom s’è fatto apprezzare nelle prove del pianoforte Luca Lavuri (gli Omaggi di Haas a Ligeti e Reich); del saxofono di Massimiliano Girardi con, fra l’altro, due dei Tre pezzi di Scelsi; del clarinetto contrabbasso di Marco Sala con il magistrale Anubis dello spettralista Grisey; del cello di Michele Marco Rossi in pagine di Poppe, Aperghis e Donatoni. Le estremità acustiche di James Tenney impegnavano i percussionisti Antonio Magnatta (Mdi) e Philipp Lamprecht del Chromoson, cui s’aggiungeva la regia del suono a cura di Federico Campana, anche autore d’un corposo lavoro d’ensemble condiviso nella stessa sessione con Cage e Hurel. E già che ci siamo, chiudiamo il cerchio con i nomi degli altri compositori eseguiti: Veldhuis, Stump, Finnissy, Neyrinck. Una panoramica, si diceva, stilisticamente ben assortita.
Magnifica idea, ben perseguita in un contesto di grande attrazione.
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