Nella Sala della Meridiana, oscurata e appena trafitta da una luce azzurrata, si consuma il dramma
del Giudizio Universale secondo Pierre Yves Le Duc (Francia, 1964). Relegati nell’ombra la volta affrescata, gli intonaci color crema, gli stucchi e le tele ottocentesche, l’artista catalizza le emozioni dello spettatore su un intervento che declina, in dimensioni colossali, un misticismo disciplinato dal rigore intellettuale e filosofico di un modus operandi lento e meditativo, teso a conseguire un assoluto nitore di segno.
Con una dedizione da maestro zen, Le Duc ha disegnato un turbine di figurine tutte studiatamente differenti, volteggianti nei cento riquadri del gigantesco pannello che copre l’intera parete di fondo: graffiti bianchi spalmati sul fondo nero, versione
E se, invece, in quell’insondabile voragine si annidasse una forza centrifuga che, come un’esplosione, scaglia lontano da sé quei corpicini leggeri? Fatto sta che, risucchiati nel cratere o da questo respinti, a questi candidi omuncoli tocca un Giudizio Universale senza Dio: qui nessun Michelangelo scolpisce coi pennelli il gesto imperioso del Figlio di Dio atletico e inflessibile, accanto al quale si accoccola con ardito contrapposto la Vergine in posa serpentinata. Qui sono solo vuoto cosmico, e tenebre d’inchiostro. Qui non geme la fonda tuba del Requiem di Mozart, né scroscia argenteo il Gloria di Vivaldi, ma romba balbettando un carillon, rallentato e incupito come fosse sommerso in abissi marini. A questo spettacolo Nostro Signore, crocefisso e sospeso in orizzontale, volge le spalle. Su questo acrobata della fede piove un raggio
anita pepe
mostra visitata il 14 febbraio 2004
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