Una mostra dal titolo cinematografico (Il Ritorno), quella che riporta le opere di Pasquale Ciuccio (Napoli, 1950) nella sua città natale. Un’esposizione che restituisce uno sguardo sull’ultima produzione dell’artista, ispirata dal soggiorno a Procida dopo lunghi anni di assenza dal suolo campano.
A riempire lo spazio dittici e trittici di colori diversi, concepiti con intenzione seriale, dalla frequenza ritmica. Non ci sono i titoli ad accompagnare le opere, ma numeri in progressione, soluzione asettica in accordo con la scelta di una pittura minimalista e autoreferenziale. Tantissimi i possibili riferimenti, combinati in un cocktail artistico originale nella sua mistura, ma al limite del déjà vu nelle singole opere. Dalle griglie di Mondrian al frottage surrealista, dall’IKB di Klein agli Achrome di Manzoni, a rivelarsi è l’indubbia natura informel di questi lavori, contenuta però da un controllo razionale di forme e colori.
Il senso si costruisce sui contrasti, evidenti nelle tinte, volutamente simulati nei supporti. Così l’installazione presente al centro della sala, una grande lastra in porfido dall’intensa tonalità bluastra, costruisce il suo pendant con il trittico su tela dagli stessi colori, evidente anche nelle grinzosità superficiali. Le due dimensioni, orizzontale e verticale, comunicano nella loro apparente similitudine, ma allo stesso tempo rivelano il proprio distacco, costruito sulla fiera solidità della pietra e la leggerezza del tradizionale supporto pittorico. Il blu assume così una dimensione plastica, concreta, che ne annulla la valenza metafisica. La scultura si trasforma in opera pittorica, fruibile nella sua orizzontalità e destinata ad occupare gli spazi all’aperto, tanto che all’interno dell’esposizione pare un po’ soffocata e priva della sua naturale aura.
L’attenzione dell’artista per i materiali sfocia in numerose sperimentazioni, dalla varietà dei supporti alle pratiche procedurali. E nella scelta astratta si configura ancora una volta lo scarto tra un’arte retinica e mentale, che però non abbandona la sua componente olfattiva, e l’attività pittorica.
A questo punto resta solo una domanda: non sarà la scelta del monocromo un poco anacronistica? Forse no, se in grado di caricarsi di significati sempre personali e soggettivi. La spiritualità del blu può farsi racconto. E l’essenzialità visiva diventare pausa meditativa. Solido rifugio dall’irrefrenabile caos esterno.
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