Ettore Sottsass oltre a essere uno dei più importanti architetti e designer europei è anche un maestro di vita. E la sua influenza su una intera generazione di creativi è innegabile.
In questa mostra è sottolineato quel periodo cruciale che è stato il passaggio dal credo razionalista alle utopie rivoluzionarie e ai fermenti dei primi Settanta. Le vecchie categorie entro le quali si chiudeva lo sguardo sulla realtà umana e politica del nostro secolo sono cadute. Tutto questo non ha minimizzato le contraddizioni. Al contrario. Le ha accese, le ha fatte più acute. E così il futuro architetto, fin da ragazzo, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, affronta la pluralità degli aspetti del mondo perché forse tutte le contraddizioni finiscono per rinviare alla polarità fondamentale del nostro tempo: la possibilità di una vita inimmaginabilmente migliore e la possibilità dell’annientamento totale. Tutto il significato visivo e etico è racchiuso in questo labile confine.
“La fotografia –come afferma Achille Bonito Oliva nel suo saggio introduttivo– “è linguaggio d’arte perché affronta il mondo non direttamente e frontalmente, ma in maniera obliqua e trasversale”. Insomma è capace di rivelare grazie al suo freddo occhio di vetro tutta l’ambiguità del reale, l’abisso della disparità sociale, la verità dell’esperienza individuale e soggettiva.
L’obbiettivo di Sottsass si sofferma sui nuclei abitativi appartenenti ai più remoti angoli della terra, li analizza, li collega al loro contesto sociale e geografico. Ma testimonia anche i volti dei protagonisti indiscussi della sua epoca: da Picasso a Hemingway, Keruac, Ginsberg e Buzzati, Corso e Mollino. Senza soluzione di continuità le immagini sono accostate le une alle altre, senza un preciso ordine cronologico. La cesura tra questa prima parte della mostra e quella più propriamente progettuale è rappresentata dalla stanza in cui sono esposte le grandi stampe in bianco e nero dedicate alle formazioni vulcaniche e geologiche fotografate nell’isola di Filicudi. Uno spettacolo impressionante e possente congelato sulle profondità di un mare cristallino che introduce a una sezione più meditata: il frutto di un ripensamento e una introspezione che hanno portato l’archi-fotografo a diretto contatto con gli aspetti più estremi del cosmo, in una completa immersione nella natura più primitiva. Da questa riflessione nascono i progetti delle “Metafore” come trasfigurazione concettuale di un’esperienza di vita. Se può esserci un’armonia che deriva dalla conoscenza e dalla contemplazione della realtà naturale, c’è n’è un’altra che dipende dal vivere in sintonia con la natura o l’ambiente. Questo è il tipo di armonia che, a livello di architettura come di oggetto familiare, Sottsass si propone di raggiungere.
La metafora di architettura come di ambiente in cui vivere è fondata su una base di comune esperienza invece che su un’idea astratta a priori dello spazio e della società, e non si propone di produrre semplicemente degli oggetti puri e inanimati ma un lavoro progettuale che si intreccia alla vita quotidiana a risolvere volta per volta i problemi dell’esistenza. Attraverso la testimonianza delle foto lo sguardo ripercorre la genesi di queste idee: la paradossalità di un letto in mezzo a un prato, l’impossibilità di costruire un pavimento sullo specchio immobile dell’acqua, l’insensatezza di un televisore per farfalle notturne, di cui tutto ciò che resta è l’essenza lirica del linguaggio, la parola pura che esso contiene per cui anche l’assurdità della sua funzione assume un valore poetico e letterario.
maya pacifico
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E' uno squallore che una recensione di questo tipo venga anche firmata .
Siamo agli sgoccioli .