Ama definirsi pittore anche se le sue opere sconfinano nella scultura. Da sempre Lawrence Carroll (1954), artista nato in Australia ma californiano d’adozione, ricerca il convincente equilibrio tra forma e colore. Nei suoi lavori pittura e scultura convogliano in una dimensione unica e totalizzante.
Le opere presentate alla mostra napoletana confermano l’approccio essenziale e poetico dell’artista. Si tratta, infatti, di un’esposizione di pura poesia in cui i lavori sono una vera e propria dichiarazione del senso dell’arte. Le ‘installazioni’, disposte nelle due sale della galleria, mostrano la loro naturale appartenenza a un tempo indefinito, a un tempo comune alla storia dell’esistenza.
E’ un’atmosfera malinconica e sospesa quella emanata dalle opere di Carroll, che si annuncia fin dai titoli. Sono lavori dalle grandi dimensioni che racchiudono la pienezza della tridimensionalità. Scatole di legno, appese alle pareti a varie altezze, come Still (2001-2002) o rotoli di tela, disposti sul pavimento, come la scultura Cloud (2003) mostrano il loro bagaglio di segni e di memoria. Le opere sono caratterizzate, quindi, dall’impiego di materiali poveri e spesso, come in Bologna (2003), sono arricchite dalla presenza di elementi precari e fragili come rose di stoffa cristallizzate.
L’artista alle prese con l’opera metamorfica, fisica e non, che il tempo impone agli oggetti li trasforma, cercando di non privarli dell’originario aspetto familiare. Dipingendo strato su strato Carroll recupera ed elabora oggetti della quotidianità, materiali spesso abbandonati o già adoperati, e li trasforma in installazioni di straordinaria forza e semplicità. Con lenti e molteplici sovrapposizioni di colore bianco la superficie pittorica si carica di un’inedita profondità che non nasconde ma rende ancora più visibili i segni del tempo.
Il visitatore in alcuni casi è tacitamente invitato ad interagire con l’opera. «I miei lavori – afferma l’artista- invitano ad una fruizione dinamica; stimolano a muoversi attorno all’opera per goderne appieno la scoperta». E’ evidente in There’s room for you (1999-2000) oppure in Picasso Sing to Me (2000): piccole aperture invitano a guardare un mondo più piccolo del nostro. Sono opere che individuano, quindi, nello spettatore un complice attivo, pronto a sperimentare l’arte con tutti i sensi.
La mostra –di cui è possibile visitare una costola nel nuovo spazio romano della Galleria Trisorio- vive della presenza di un senso nostalgico che celebra l’unicità di ogni opera. Non si tratta di un senso patetico di perdita del passato, quanto piuttosto di una consapevolezza del valore effimero del tempo.
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