Incrocio di sessi, razze, età. Ma anche contaminazione di generi, tecniche e suoni. È il gioco degli innesti che caratterizza la ricerca di Sebastiano Mauri (Milano, 1972; vive a Roma), lo stesso gioco che regala alle sue opere un quid emozionale, misto alla freddezza del mezzo tecnologico.
In mostra la videoinstallazione Shadow of doubt, dove i tratti di un volto dipinto fanno da sfondo alla proiezione di molteplici identità, dai caratteri somatici più diversi, in un accavallamento di immagini che non sempre viene percepito come tale.
Prende vita così un confronto silenzioso, fatto di espressioni ed impercettibili smorfie, dove ognuno vede ciò che il proprio sguardo riesce a percepire. E ascolta ciò che il proprio stato d’animo vuole sentire. Anche il sonoro, infatti, è improntato su una duplicità: da una parte la voce ritmata dell’icona pop anni Ottanta Samantha Fox, dall’altra un canto trecentesco dal tono solennemente religioso. Lo spettatore può trovare affinità con l’uno o con l’altro volto, sintonizzandosi sulla frequenza che sente a sé più congeniale, in un rapporto empatico totalmente scevro di pregiudizi.
Gli still tratti dai video diventano poi ritratti veri e propri, sottratti alla mutazione delle forme. Risaltano così le ombre che danno il titolo all’opera e suggellano i vari passaggi dell’immagine, raccontandone i cambiamenti. Da ripresa a video, da video a proiezione, da proiezione a stampa; il risultato definitivo è, per forza di cose, alterazione del punto di partenza, emblema di un processo di metamorfosi cui tutte le forme, e le persone, sono assoggettate.
Chiude l’esposizione il lungometraggio dal titolo The song I love to: l’artista riprende personaggi scelti a caso mentre in sottofondo passa la canzone d’amore preferita di ognuno di loro. Il ritmo della sequenza dei soggetti è cadenzato da note ora più vivaci, ora più sdolcinate, che a loro modo raccontano qualcosa del protagonista, sostituendosi ad una descrizione convenzionale.
Come dire, ancora una volta, che il ritratto è racconto, monumento nel senso filologico del termine. E che il ritratto multiplo è il modo più efficace per raccontare, e ricordare, il corpo sociale di oggi, cosmopolita e multietnico, quanto mai caratterizzato da ombre e contraddizioni.
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alessandra troncone
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