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fino al 24.XI.2006 | Francesco Jodice | Napoli, Umberto Di Marino

di - 9 Novembre 2006

I grattacieli del Centro Direzionale. E quelle due bimbette perse tra i giganti di vetro e cemento, immobili nell’occhio del cataclisma abbattutosi sull’oleografia di Napoli. Cartolina stracciata dal Golfo, abbacinante inferno abitato dai diavoli nel quale, dopo la fuga, Francesco Jodice (Napoli, 1967, vive a Milano) si lascia finalmente andare ad un assolo. Un’immagine che si fa pietra angolare della successiva indagine sul villaggio globale, in cui questo “agente d’investigazione territoriale” ama infiltrarsi come un sensore, procedendo per comparazione di fenomeni analoghi e regolando l’obiettivo con mano d’architetto. Raccontando, soprattutto, come i diversi modi di appropriarsi dello spazio possano distorcere e correggere stereotipi e preconcetti, fissandosi in a-geografie frutto di un’impollinazione orizzontale. Come quella attuata dalla comunità vietnamita, planata coi tetti a pagoda sul XIII arrondissement parigino; o dai baraccati che, nella civilissima Olanda, che aggirano la legge con un piccolo escamotage “floreale” pur di appagare un’esigenza di stanzialità.
Manipolazioni documentate in What we want, grande archivio iniziato nel 1997 e ora al secondo volume. Scatti che non compilano un album da sfogliare con distratta ammirazione, ma uno “scomodo” atlante di viaggio in perenne aggiornamento. “Le mie non sono foto che se ne stanno tranquillamente appese al muro” dice l’artista. Sono ipertesti con una spina dorsale etica, da guardare chiedendosi cosa ci sia dietro, e dentro i paesaggi, le metropoli e gli edifici immortalati. Come i condomìni dei tycoon brasiliani, asserragliati in casermoni degni delle più anonime periferie mentre i paria delle favelas, paradossalmente, abitano nelle unifamiliari.

Il sogno arrivista della scalata ai piani alti viene contraddetto dagli squatter carioca del megacomplesso Sao Vito, ufficialmente mai inaugurato (avendo il costruttore ritenuto superflui gli ascensori, in uno stabile di circa 30 piani e 600 miniappartamenti), eppur divenuto a tutti gli effetti “nido” di famiglie “fuori legge”.
E ai margini ha scelto di stare pure una consistente fetta del privilegiato Giappone. Un Sol Levante di cui Jodice, più che le luci, studia le ombre nel video Hikikomori, ritratto a porte chiuse di un congrega reale e al contempo virtuale: una fascia di popolazione dagli 11 ai 30 anni –soprattutto maschi– votatasi ad un’intransigente clausura, mitigata unicamente dall’asettica interazione via web. “Un’intera generazione saltata”, cresciuta a videogame mentre i genitori erano occupati a fare gli yuppies. Giovani disadattati, che si trincerano dietro l’isolamento per proteggersi dall’ineluttabile dolore insito nei rapporti umani, perseguendo al contempo quella libido moriendi culturalmente congenita.

Un fenomeno bollato in patria come una sorta di malattia sociale, nel quale invece il fotografo individua una trasformazione dalle forti implicazioni politiche: espressione di una rabbia generazionale che, anziché sfogarsi tra le fiamme delle banlieu, si trasforma –retaggio scintoista?- in una rivolta silenziosa contro un sistema diviso tra tradizione atavica ed esasperazione tecnologica. E quando alle due ragazzette kogal viene chiesto un giudizio sul proprio Paese, la risposta è immediata, decisa, spiazzante. Cambronne l’avrebbe data pari pari.

anita pepe
mostra visitata il 21 ottobre 2006


Francesco Jodice, Agent provocateur. Napoli, Umberto Di Marino Arte Contemporanea, via Alabardieri 1, 80121 (quartiere Chiaia). Orario: lunedì ore 16 / 20, martedì – sabato ore 10:30 / 13:30 e 16 / 20. Tel. +39 081 0609318 Fax +39 081 2142623. E–mail: umberto.dimarino@fastwebnet.it – Ingresso libero. Non accessibile ai disabili

[exibart]

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  • hai, hai, hai ...

    Umberto, gallerista delle periferie.
    passi nel cuore della Napoli Bene e a chi ti leghi? alla potentissima famiglia IODICE.

    complimenti!

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