È una ventata di freschezza proveniente dal sud la mostra
AfriCam sull’arte contemporanea africana.
L’idea nasce dal desiderio di scoperta di Antonio Manfredi, direttore del museo
e curatore della mostra, che per la prima volta in Italia propone lavori di
artisti africani contattati personalmente
in loco, senza intermediazioni di
galleristi o collezionisti privati.
Un video amatoriale su squarci di vita urbana, girato
dallo stesso Manfredi e proiettato all’ingresso, catapulta senza valige nel
continente nero, per avvisare che il viaggio è cominciato. Le opere allacciano
i punti più disparati dell’Africa: dal Sudan al Sudafrica, dal Kenya al Burkina
Faso, dal Congo al Ghana, e si fanno testimonianza dei diversi talenti
espressivi del luogo, dove – tra video, fotografia e scultura – domina il
colore della pittura.
“
Un’occasione importante di apertura e integrazione sociale
attraverso la cultura”,
sostengono gli organizzatori, per sottolineare il valore aggiunto delle
differenze tra le diversità. C
ome hanno dimostrato le diverse associazioni (Medici
senza Frontiere, Associazione dei rifugiati di Napoli, Centro Sociale
Autogestito, Comunità di Sant’Egidio, Ufficio Immigrati della Cgil e altri) che
hanno appoggiato l’evento, dando un importante segnale di dialogo contro i
soprusi e i pregiudizi ancora tanto diffusi.
La carrellata di opere sprigiona energia creativa,
trasmettendo spunti immediati, politici e sociali, privati e pubblici, pur
sempre sgombri dei ben noti processi estetici e ideologici che hanno tanto
complicato e incartato il linguaggio dell’arte contemporanea. Sono immagini
semplici, spesso infantili, che sembrano collocarsi in una dimensione protetta,
al di là del tempo e quasi fuori dalla storia. Eppure con voci così potenti, capaci
di tradurre all’istante le più svariate percezioni dell’anima.
I nomi sono tanti. Alcuni, come
George Lilanga,
Joseph Cartoon e
Kivuthi Mbuno, già noti; altri invece, fuori da
ogni orbita di diffusione strategica, contattati direttamente nella propria
terra, verso cui nutrono un profondo rispetto perché, come recita un detto masai,
“
non è stata donata dai padri, ma prestata dai figli”.
È una mostra autentica, che ha la forza di rimettere in
sintonia col mondo e soprattutto con se stessi, regalando quella meravigliosa
capacità di straniamento di quando si è bambini. L’unica in grado di rivelare
senza sforzo l’intimità di tutte le cose.
Picasso, ormai maturo, arrivò a dire: “
Ho
imparato a dipingere come Raffaello; adesso devo imparare a disegnare come un
bambino”.