Quando Henry Flynt affermava, nel ‘61, che “l’arte di concetto è un tipo di arte il cui materiale è il linguaggio”, gettava le fondamenta critiche di un movimento neo-avanguardistico tutt’altro che omogeneo, caratterizzato dal confine molto labile tra filosofia e arte. Robert Barry (New York, 1936) è uno di quegli artisti che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno scelto la smaterializzazione dell’opera d’arte in funzione di una riflessione sull’uso stesso del linguaggio, così come Kosuth, Weiner, Baldessari, Nauman e molti altri. A materializzarsi è solo la parola, anzi, le parole, che corrono sulle pareti della galleria senza alcun nesso logico che sia in grado di conferire un senso linguistico all’installazione. Barry attinge ad un proprio campionario composto da duecento vocaboli, combinati in modo casuale e situati visivamente nello spazio. È proprio nel legame relazionale tra oggetto e luogo che si stabilisce il significato dell’installazione, un legame che sancisce, ancora una volta, la vicinanza tra quotidiano ed arte.
Il valore assoluto della parola dorata aspira forse ad un significato assoluto, inottenibile però se il riferimento è alla filosofia di Ludwig Wittgenstein e alla sua celebre massima secondo cui “il significato si stabilisce nell’uso”. Private di un contesto sintattico, le parole si appropriano di quello espositivo, valorizzandolo, connotandolo. Esemplare la scritta Waiting, che accoglie lo spettatore all’ingresso, cui spetta il ruolo di trasformare l’accesso alla mostra in una sorta di anticamera o, appunto, sala “d’attesa”. Se Weiner, protagonista di una personale da Artiaco nel settembre scorso, aveva fatto dello spazio espositivo una vetrina con cui dar luce ai propri Statements, Barry trasforma le bianche pareti della galleria in un ring, sul quale si scontrano idee e sensazioni anche molto distanti tra loro.
La galleria non è tuttavia occupata dalle sole definizioni dorate; l’installazione è accompagnata da un video, Swimmer (2007), nel quale le parole lasciano intravedere l’acqua di una piscina, con tanto di nuotatore in attività. L’ondeggiare azzurro riempie le lettere, trasformandole in immagini tridimensionali e dinamiche. Le parole sono al centro anche del sonoro e, pronunciate da chi si interroga sulle tragedie storiche, si impregnano di un senso che scaturisce dalla completezza del discorso. Visti o uditi, decontestualizzati o meno, gli enunciati si riconfermano parte integrante della comunicazione interpersonale. E, come segni, subiscono un percorso parallelo a quello delle immagini. Prestandosi a diventare opera d’arte.
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"A materializzarsi è solo la parola, anzi, le parole, che corrono sulle pareti della galleria senza alcun nesso logico che sia in grado di conferire un senso linguistico all’installazione"...
Per la serie non significa una pippa, ma siccome è americano, a altri americani dicono che è un grande, ce lo dobbiamo gustare come se fosse l'evento più sconvolgente della nostra misera esistenza.
Secondo me vogliono solo vedere fino a che punto ci siamo rincoglioniti, e alla fine uscirà fuori qualcuno a dirci che era tutta una candid camera.
alfonso artiaco sovente dice che un'opera d'arte è valida se è originale.
questo robert non vi sembra che sia una copia spudorata di weiner? forse con le parole è riuscito a differenziare il suo lavoro ma la sostanza.... è ampiamente la stessa...