Minuzioso come un miniatore, rigoroso come uno scienziato, Nicola Toffolini (Udine, 1975; vive a Coseano) debutta a Napoli con una mostra volutamente “anomala”, per concezione, impostazione e finalità. Banale ricondurre all’unica formula dell’antologica le foto e i rendering schierati all’ingresso in rigoroso ordine cronologico, i tre video in loop, le moleskine fittamente istoriate e i dieci anni di carriera pregressa. “Molto più antologica”, per ammissione stessa dell’artista, appare in confronto la sua recente personale romana da LipanjePuntin, poiché stavolta la celebrata ossatura del suo lavoro, ovvero i disegni, è stata trattata alla stregua di uno “scheletro nell’armadio”. Un armadio dal quale Toffolini ha recuperato innanzitutto i taccuini, preziosi compagni e testimoni di un viaggio “coerente” alla fine del quale, anziché riposarsi, ha voluto testare nuove modalità espositive, ormai sollevato dall’affanno di dover “legittimare” il proprio operato. Via libera, dunque, all’esperimento di una mostra-non-mostra documentativa ma anticonvenzionale, a partire dall’allestimento. I calepini se ne stanno infatti distesi su un tavolo, illuminati da neon piazzati a disturbante altezza d’uomo, in un’atmosfera tra il laboratorio clinico e la sala operatoria. Per giunta, i delicatissimi quadernetti possono essere sfogliati solo dopo aver indossato gli appositi guanti in lattice. Un preparato asettico, freddo, tagliente, in linea col nevrotico perfezionismo del friulano e col suo ideale di purezza come strategia comunicativa.
Ma attenzione a lodarne con troppa enfasi il virtuosismo grafico. Che è indiscutibile, ma non è tutto. In primo luogo, perché non è vacuo sfoggio di bravura, ma espressione di un talento che il trentaduenne si è “ritrovato senza doverlo conquistare”, accettando con un vago senso di colpa e tenendo a lungo nascosta questa dote “anacronistica”. In seconda istanza perché un’attenzione eccessiva al dato estetico risulta fuorviante rispetto ad un modus non finalizzato alla scaltra definizione di uno stile, ma imperniato su un progettare non necessariamente finalizzato alla realizzazione, quanto inteso come momento creativo autonomo e appagante in sé (e in ciò si cela il “tradimento” del “fare” ironicamente enunciato dal titolo).
Un solo-show che diventa così esso stesso progetto, opportunità per “far prevalere la dinamica del processo e lasciar emergere una prassi che continua a transitare fra varie discipline”, come design, architettura, ingegneria, botanica, geologia e arti visive tout court. Una fervida, meticolosa ed eclettica programmazione in itinere, che tra gli intenti per il futuro annovera quello di “lavorare più seriamente sul disegno” (sic!). Prova che Toffolini non cerca i facili battimani, ma desidera soprattutto “essere provocato, messo in discussione.
Mi spaventa sempre l’idea di consolidare il mio lavoro. Se quello che faccio non mi mette in crisi, non mi soddisfa”. Dichiarazione saturnina, “rinascimentale”, forse un po’ retorica, ma rara e rimarchevole, in una pletora di divi e semidivi che, quasi sempre, persegue l’obiettivo diametralmente opposto.
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anita pepe
mostra visitata il 23 maggio 2007
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Bravissimo!!!
Bravo Nicola!
Avanti così,
e fatti sentire...
Andrea.
bravo davvero ...come si dice a punk city:
ABBESTIA!!!!!
mastro come và!