Il memento mori che circondava le capuzzelle -gli anonimi teschi affondati nella pavimentazione di Piazza del Plebiscito nel 2002- si è trasformato, rigenerandosi, in un’aura particolare: la Luce di Buddha. È un percorso continuativo, quello partito con quei primi crani, a cui si sono aggiunti gli specchi ipnoticamente movibili delle sale del Madre, e la nascita rappresentata simbolicamente da un uovo in quest’ultima tappa.
Si genera così per l’artista il tema della crescita spirituale, lungo la parete su cui è posta la razionalissima installazione, mentre un fascio di luce meccanica in rapporto ai due specchi posti di fronte su due livelli, fa sì che al culmine del percorso si delinei il corpo di un piccolo Buddha. Quello che ad un primo sguardo appare solo un teschio di ferro, diviene così la parte inferiore del Buddha, mentre spetta ad un piccolo e candido uovo il compito di formarne il capo attraverso la perfezione della sua sfericità.
Negli ultimi anni nelle opere della Horn la meditazione dell’osservatore gioca un ruolo principale, mentre i congegni meccanici -quasi invisibili– favoriscono questo stato attraverso i movimenti lenti e sistematici, come di un pendolo. Vita, morte, rinascita. E su tutto, la sessualità, che unisce con il suo colore rosso scuro Frühlings Frwacher e Winter tree (entrambe del 1994).
È la vita che pulsa, segue il suo ciclo con punte di esaltazione e abbattimento, tastata dal termometro-segnalibro che sporge da Il risveglio di primavera, il volume rosso con il racconto di Frank Wedekind sulla sessualità adolescenziale che ha ispirato l’opera. Una teca di vetro separa il reale da qualcosa di fragile: poche roselline secche e una bottiglia Füllfeder tinte rot, recuperata dal passato. Elementi rarefatti, che spingono a domandarsi se è della vita che nasce o di quella che spira, la porpora della vernice stesa ordinatamente a chiazze sulle pareti trasparenti.
Il ramo secco, costretto entro i termini della teca, sbalza invece verso l’alto uscendo fuori dalla scatola, in un gesto corale con l’albero d’inverno della seconda opera. Uno specchio obliquo ancora una volta-, e punte di pittura diluita sul vetro, che rivelano la stessa tecnica anche nei due disegni del 2005.
Chiude l’esposizione la carezza leggera della piuma nera di Schwarze Arva -aria nera-, che incide un 33 e un 45 giri d’antan, Le nozze di Figaro di Mozart e L’opera da tre soldi di Kurt Weill e Bertold Brecht, uniti dalla stessa lingua, che suonano nell’inaudibile le loro arie proseguendo un movimento rotatorio.
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