Rosso, torvo, beffardo. Pare intagliato nel corallo il demoniaco pagliaccio-trapezista che saluta chi si addentra nella Neverland di Vincenzo Rusciano (Napoli, 1973). L’ultratrentenne sceglie giocattoli sovradimensionati per risolvere –o portare alle estreme conseguenze- un complesso di Peter Pan cui corrispondono, invece, indizi di maturazione stilistica e contenutistica che rimpolpano il bagaglio tecnico già evidenziatosi nelle precedenti prove espositive. Con quella smorfia da mascherone apotropaico, il clown pare quasi ammonire ad un “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”, visto che pure nel Paese dei balocchi qualcuno s’è stufato della solita vita di zucchero filato e organetti di Barberia: i cavalli di terracotta, per l’appunto, che schizzano da ogni parte dopo aver sbrindellato la giostra panneggiata a lutto. Sculture vere, nelle quali emergono le qualità di un artista che ha messo pratica del disegno e ottima manualità -talenti ormai rari– al servizio di un progetto organico, che si muove in tutte le dimensioni dello spazio e retrocede di qualche passo nel tempo, a lambire un’infanzia con la quale c’è ancora qualche conto in sospeso.
Dai melensi lavori forzati del carosello meccanico gli equini erompono con devastante forza centrifuga: ebbrezza della libertà o panico da dismissione? Affrancamento dalla routine o esplosione della repressione? Dipende dal momento in cui viene calato il nero sipario della fine, attimo cruciale che decide un’azione comunque eversiva. Di preciso ci sono soltanto le traiettorie definite dai quadri, “fotogrammi” pittorici dell’istante immediatamente precedente e di quello immediatamente successivo alla fuga, con frecce dello stesso tono incendiario usato per il pagliaccio, che qui sporcano appena il minimalismo del bianco, esteso anche alle cornici. Il vorticoso dinamismo della giostra s’arresta di colpo nel modellino oversize della motocicletta, che dovrebbe, di contro, incarnare il paradigma del movimento.
Desiderio di tutti i ragazzini, mitica “cavalcatura” degli easy riders, la dueruote tutta cromata qui morde il freno, inscatolata –sogno fra i sogni- in una confezione tappezzata di manifesti cinematografici. Solo l’immaginazione galoppa a briglia sciolta: una bella sgasata e via! L’Isola che non c’è è a portata di mano, come un supplizio di Tantalo: pare quasi di vederlo, questo giudizioso bambino di tutte le età, mentre, obbediente al diktat materno del “mi raccomando, non romperlo subito”, guarda il balocco con occhi golosi e criminali… Riuscirà il fanciullino a scendere dalla propria giostra, balzando in sella alla voglia d’evasione? Prenderà la patente di maggiorenne o punterà dritto verso Neverland? Chissà: tra il dire e il fare, c’è di mezzo il cellophane…
anita pepe
mostra visitata il 2 marzo 2006
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