Dopo Pittura elettrica (capitolo 1 e capitolo 2), GiaMaArt studio, giovanissimo spazio per l’arte contemporanea nel cuore del Sannio, torna con una collettiva di pittura con sei artisti, alcuni dei quali già presenti nei progetti precedenti. Angelo Bellobono, Francesco Cervelli, Andrea di Marco, Fulvio di Piazza, Ettore Fani e Fernando Zucchi si alternano in una mostra che vede nel mondo, con le sue bellezze, la sua estetica, le sue forme, input contraddittori di una realtà tutt’altro che “fascinosa”. Il progetto discute provocatoriamente su un argomento difficile proprio perché semplice, condiviso, di facile comprensione quanto rischioso. La curatela, affidata a Lorenzo Canova, parte da questo possibile fraintendimento e da una contraddittorietà, se vogliamo, specchio di una realtà predisposta al benessere, ma volta all’autodistruzione ecologica.
In un lungo corridoio, sono Fernando Zucchi (1969; vive Roma) e Ettore Frani (Termoli, 1978; vive a Roma) a dividersi lo spazio. Il primo con passaggi e personaggi urbani, alcuni reali, altri ipotizzati e altri ancora rappresentati: la bambina in galleria guarda il fanciullo arcobalenico che richiama il soggetto della tela esposta. Oli su tavola di finissima esecuzione, gradevoli richiami grafici, situazioni fantastiche e protagonisti assenti -singolarmente estratti dalla massa- si contrappongono alle oscure e decadenti atmosfere degli oli su mdf di Frani, in cui gli alberi, immersi in paesaggi nebbiosi, creano climi grotteschi. Sempre grottesche, ma di sapore decisamente più fantasy, le tele di Fulvio Di Piazza (Siracusa, 1969; vive a Palermo) in cui i tronchi assumono sembianze antropomorfe scoprendo nelle cortecce bocche, occhi e nasi. Con Angelo Bellobono (Nettuno, 1964; vive a Roma) la qualità si mantiene alta.
Spazi glaciali di metropoli notturne abbandonati a malumori di fasci di luce e al passaggio discontinuo di automobili. Un paesaggio, il suo, alla stregua di un muto isterismo odierno, in cui l’asfalto grigio bluastro a macchie, bianco dal riflesso o dall’assorbimento dei tagli luminosi, e le architetture essenziali, rimandano ad abbandoni, distruzioni, desolazioni di un mondo lasciato a se e al suo passato. Sarajevo, ma non solo.
La mente, il groviglio di lembi e lobi labirintici. L’intreccio, la tentacolarità come paranoico susseguirsi di pensieri e ossessive visioni domina i lavori di Francesco Cervelli (Roma, 1965), che ironicamente si abbandona a monocromie, puntinismi e romanticismi. L’idea è creare una condizione annullata, riconosciuta o per lo meno riconoscibile. Si azzera “daltonicamente” il colore per non averne nessuno, allo stesso modo in cui si sistematizza con la prassi del pointillisme o con l’emozione romantica del “bel paesaggio”. In questo modo nascono boschi, laghi, anfratti tortuosi di sarcastica estetica emozionale. Di tutt’altro genere le composizioni di Andrea di Marco (Palermo, 1970) a conclusione della mostra. Paesaggi completamente travolti dal sole, piccoli angoli di paesi sperduti di chissà quale hinterland italiano, saracinesche abbassate di negozi di periferia e casolari immersi nelle calde campagne. Ma Di Marco stupisce con i camion, i camper posti nel centro della tela, unici e totemici protagonisti-oggetto di una microrealtà, la tela, che sintetizza una possibile urbanistica ulteriore.
La collettiva si presenta diversificata nei soggetti, nei concetti e nelle tecniche; l’allestimento costruisce dialoghi e confronti tra artisti che riescono a discorrere reciprocamente. Fondendo la bellezza estetica delle composizioni con riferimenti ad una realtà ambigua, in un complessivo prodotto di buona pittura e innegabile responsabilità argomentativa.
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un saluto all'amico andrea!
Gran bella mostra, complimenti.