Prendi un pacco di zucchero, aggiungi un po’ di fertilizzante e mescola il tutto. Modellalo a forma di stella, collegalo alla lucetta natalizia e… boom! La mostra è fatta. È una ricetta per l’infelicità, con tanto di kit di non-sopravvivenza, una delle proposte con le quali James Yamada (North Carolina, 1967; vive a New York) s’impone sul doppio palcoscenico di corso Amedeo di Savoia, squadernando un problematico eclettismo al quale l’accattivante e nota omogeneità di Glenn Sorensen (Sydney, 1968, vive ad Âhus, Svezia) pare far da cuscinetto lirico, rassicurando lo spettatore con i raffinati e meticolosi esercizi di stile su base violetta, delicato non-preludio ad una ben più tosta pluralità di linguaggi, temi e prospettive. Diverso innanzitutto l’approccio alla Natura, vissuta come una presenza familiare dal nordico, conquistata e manipolata dallo statunitense, il quale esercita l’arte della contraffazione letteralmente ab ovo, escogitando una finta incubatrice d’alluminio travestito da legno, dove una pianta a forma di gallina non cova l’uovo spuntato dal cemento. Si direbbe, anzi, che la questione ambientale lo annoi a morte, tanto da indurlo a trafiggere con affilate stelle Ninja la tenera cornice di una piovosa Amazzonia. Un oltraggio ben lungi dallo sfiorare i tremuli fiori iridati di Sorensen, il quale, se proprio cede a un’escursione on the road, invia al massimo una cartolina alla Ed Ruscha.
Propenso a privilegiare l’aspetto concettuale della pittura rispetto ai fattori tecnico-estetici, Yamada s’affaccia perplesso su un orizzonte globale, dimostrando come, quando si tratta di contestare l’America, nessuno batte gli americani. Pertanto la codificazione dei nuovi paesaggi tramite ideogrammi rinvia al conflitto con la Cina per la conquista dello Spazio disponibile, e il passato viene cancellato ricoprendo di stesure monocrome vecchie tele riciclate, pendant di lune minimal dai toni metallici.
Splende di freddo argento pure la geografia effetto software alzata in 3d, sulla quale sta adagiata la stella esplosiva fatta in casa, sigillata sottovuoto a scopo precauzionale. Perché il libero arbitrio va usato con prudenza, in una società dolcemente incamminata verso l’autodistruzione, tale e quale alla papera accecata dal gelato liquefatto che, nonostante i satelliti guida, andrà indubbiamente a sbattere da qualche parte. Destino collettivo deducibile dai giochi di prestigio di un paraplegico solitario ai margini di un bosco, con apparizione finale di Sua Maestà il Dollaro: emblematica video-denuncia della voglia di appagare senza sforzo i propri capricci, nonché della falsa e incosciente disinvoltura ostentata nell’accettare macchinalmente la pioggia di prodotti incessantemente vomitati sul mercato. Una realtà che impone di correre da fermi, dove consumatori si nasce e il giochetto del progresso non riesce più neanche al migliore fra gli illusionisti. Un mondo dove le armi letali sono reperibili per pochi spiccioli e un ordigno può essere fabbricato con gli stessi ingredienti di una torta. Basta un poco di zucchero, ma questa pillola proprio non va giù.
anita pepe
mostra visitata il 30 ottobre 2006
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