Prosit. Si apre con uno spettacolare marchingegno libatorio la mostra dedicata alla “gemma del giurassico”. Che gemma non è, ma una resina fossile: “lapis ardens” per i latini, bruciante goccia di sole versata dai pini, trappola di miele fulva o dorata per le minuscole vite dei primordi. Della sua vocazione ornamentale se n’erano accorti prestissimo, come dimostrano i reperti preistorici che, insieme a quelli altomedievali, danno alla rassegna partenopea un’intonazione non prettamente classica, diversificando così la straordinaria offerta, costituzionalmente greco-romana, di quello che, a Napoli, è il museo per antonomasia.
L’esposizione parte in quarta con un balzo cronologico, mettendo elaborati manufatti barocchi a corredo del mito delle origini. E come dalla fontana di Maria Maddalena d’Austria zampillava vino, dagli occhi delle Eliadi, sorelle di Fetonte, sgorgarono lacrime per la morte dello sprovveduto fratello, mutandosi, appunto, in grani ambra. Incipit fastoso, che finisce col perdersi tra i “mondi lontani” dispiegati nelle sale al pianterreno, salvo risalire nel finale grazie ai manichini “vestiti” coi resti delle tombe di Sala Consilina e ai piccoli capolavori dell’oreficeria e della glittica romana. Una monotonia, strutturalmente congenita a simili tematiche, che non viene riscattata certo dall’atmosfera, eccessivamente cupa, di un allestimento dalle luci (troppo) soffuse: escamotage che dovrebbe servire ad esaltare i pezzi, ma di fatto costringe lo spettatore a brancolare fra le bacheche. Un’impostazione che per chi abbia già ammirato Argenti a Pompei ed Egittomania, tanto per citare gli eventi più recenti, sa un po’ di riciclato, sia per il “prologo” della wunderkammer nell’androne che per le basi laminate. L’handicap maggiore, però, emerge sotto il profilo didascalico, vuoi per la non sempre rigorosa disposizione di numeri e targhette, vuoi soprattutto per l’assenza di qualsivoglia apparato didattico (che comunque sarebbe impossibile leggere in una così fitta penombra…).
Del resto, sarebbe stato complicato trovare un disegno unitario per quella che, in tal modo, si pone soprattutto come mostra di oggetti. Alcuni belli e artisticamente notevoli, altri semplicemente documentari, la cui abbondanza è tale da generare un surplus visivo, complici le frequenti digressioni “materiali” che affollano nelle vetrine reperti in bronzo, osso, pasta vitrea e quant’altro.
Rispetto alle grandi operazioni precedenti, però, stavolta le collezioni dell’Archeologico non sono state “saccheggiate”, essendosi i curatori avvalsi in larga misura di prestiti, da quelli del British Museum – che, crepi l’egoismo, ha lasciato uscire per la prima volta dai suoi forzieri tesori acquistati 200 anni orsono proprio in Italia – a quelli dei musei locali sparsi per la Penisola, rendendo così onore alle tante raccolte “minori” ingiustamente ignorate. Sta nell’aver riportato l’attenzione sull’opportuna valorizzazione di questo patrimonio “provinciale” e dei musei “periferici” (ma la mancanza di un’apposita cartografia non aiuta certo a localizzarli…) uno dei meriti principali di queste Ambre che, si spera, incentiveranno lo scoccare di una scintilla nel cervello di amministratori e turisti. Fedeli così all’antico nome greco: “elektron”.
anita pepe
mostra visitata il 28 marzo 2007
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