Guglielmo Castelli, Dorofoco (part.), 2019, olio su tela, cm 40x30, AmC Collezione Coppola
A Vicenza, alla Fondazione Coppola, inaugura oggi, 14 dicembre, il quarto appuntamento del ciclo “Le nuove frontiere del contemporaneo” dedicato a pittura, video e installazioni, che da ottobre 2019 a marzo 2020 porta l’attenzione sulla ricerca di quattro artisti.
Questa sera sarà presentato il lavoro di Guglielmo Castelli (1987, Torino), che va ad aggiungersi a quelli presentati nei mesi scorsi, di Hannah Levy (1991, New York), Haroon Mirza (1977, Regno Unito), Christian Manuel Zanon (1985, Cittadella, Padova).
Le collezioni private possono attivare un fecondo consolidamento nel rapporto con il territorio di riferimento, determinandone un senso di responsabilità, promuovendo nuova linfa vitale nella quale l’arte contemporanea diventa il bene diffuso e l’evoluzione della collettività.
Mi interessa anche la crescita indotta, nella quale si va ad innescare la fibra nervosa che va a costruire un nuovo reticolo. In questo stato energetico le interconnessioni tra le discipline artistiche e scientifiche sono l’humus sociale ed intellettuale ideale nel quale promuovere i linguaggi dell’arte contemporanea. Questo scarto l’ho notato nella missione della Fondazione Coppola, che investe da due anni, non solo sulle figure già acclamate ma anche e soprattutto su quelle emergenti dell’arte. Attuando un modus operandi aperto verso una natura circolare come quella di un laboratorio, nel quale potere interagire anche con le generazioni più giovani e gli addetti ai lavori.
Nasce a Vicenza su impulso dell’imprenditore, collezionista e mecenate Antonio Coppola con il quale ho scambiato un approfondimento sulla sua collezione.
Come è nato e si è sviluppato l’interesse per l’arte contemporanea? Quali sono le prime opere collezionate?
«Solo dodici anni fa ho cominciato a occuparmi di arte contemporanea acquistando due dipinti del pittore ceco Daniel Pitin. Un po’ per caso e un po’ perché ero alla ricerca di una migliore visione della mia vita e delle cose che mi circondavano da un livello più astratto, filosofico e universale rispetto alla posizione materialistica in cui mi trovavo».
Quanti lavori compongono la sua collezione?
«Qualche centinaio, soprattutto dipinti».
Potrebbe fornirci alcuni nomi di opere che compongono la sua collezione?
«Birds of Prey di Haroon Mirza, The Blue Wall di Matthias Weischer, Dead Heat di Nina Canell, Sciapode mariano di Nicola Samorì, Shrine di Mike Nelson, Untitled 47 di Magnus Plessen e Orient di Markus Schinwald».
La collezione è separata dalla programmazione dalla Fondazione? Come l’ha caratterizzata nel tempo? Quali scelte reputa siano le più congrue?
«E’ totalmente indipendente. Prediligo la pittura, il disegno e anche qualche scultura. La ricerca dei valori universali declinati dal linguaggio personale degli artisti. Come l’artista cerca di definire il suo ruolo e la sua testimonianza nel mondo è la cosa che mi affascina di più. Sembra strano ma l’aspetto creativo delle discipline artistiche e scientifiche sono altrettanto indefinibili. Non vedo grandi differenze tra i due modi di interpretare il mondo».
Quanto la collezione ha determinato un senso di responsabilità per il territorio? Siete riusciti a dare alla città una nuova linfa vitale nella quale l’arte contemporanea diventa il bene della collettività.
«Dai primi segnali emerge un forte interesse da parte del cittadino medio a porre l’arte contemporanea al centro del proprio modo di essere. È troppo presto per tracciare un bilancio. È un vero work in progress».
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