Categorie: Opening

Pianta che vai, metafora che trovi

di - 31 Marzo 2018
Che il 2018 sia l’anno della Sicilia è fuor di dubbio. Da un lato c’è Palermo Capitale della Cultura, dall’altro l’edizione ai nastri di partenza di Manifesta 12 (dal 16 giugno al 4 novembre) che, come noto, sarà intitolata “Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza” e avrà la sua “icona” nel dipinto di Francesco Lojacono del 1875, “Veduta di Palermo” (nella collezione della Galleria comunale d’Arte Moderna). In questa rappresentazione pittorica della città, nulla risulta indigeno, ma l’esito fortunato dell’integrazione di specie straniere. Gli alberi d’ulivo provengono dall’Asia, così come il pioppo tremulo arriva dal Medio Oriente, l’eucalipto dall’Australia, il fico d’India dal Messico, il nespolo dal Giappone. Ispirandosi a questi concetti e all’Orto Botanico locale, la biennale nomade si concentrerà, pertanto, su questa idea urbana di “giardino planetario”, esplorandone la capacità di aggregare le differenze e generare vita da tutti i movimenti e flussi migratori.
Nel 1997 il botanico francese Gilles Clément teorizzava il mondo come un “giardino planetario”, di cui l’umanità ha il compito di essere il giardiniere. Vent’anni dopo la pubblicazione del libro di Clément, la metafora del pianeta come giardino è oggi più che mai attuale, come luogo nel quale i “giardinieri” riconoscano la propria dipendenza dalle altre specie, confrontandosi in un comune sforzo di responsabilità. Ma nella storia di un passato recente c’è anche la metafora del pianeta come giardino in cui i “giardinieri” sono stati anche le categorie colonialiste che hanno soppresso la cultura e il senso d’appartenenza di diverse specie indigene. A ricordarcelo è Uriel Orlow (Zurigo, 1973), artista da oggi in mostra a Laveronica Arte, avamposto di ricerca artistica di rilievo meritatamente internazionale, incastonato a Modica (Ragusa). Attraverso film, fotografie, installazioni e progetti sonori, l’artista delinea infatti uno scenario che ha, al centro, l’idea del mondo botanico come palcoscenico di complesse e articolate dinamiche politiche. Uno scenario che mi ha richiamato alla mente la frase “Non sarebbe stato meglio per questi Indios… che il mare e il vento non avessero trasportato nessuno di noi fino a loro?”. Queste le parole pronunciate dal cardinale Altamirano nel film Mission (1986) di Roland Joffé, che pesano come un macigno se si pensa agli enormi disastri commessi dagli europei in Sud America. Dove forte è il contrasto tra mondo “primitivo” rappresentato dalla bellezza della natura e dalla capacità degli Indios di vivere in simbiosi con essa, e il mondo “civilizzato” portatore di distruzione e morte, incapace di trovare un equilibrio neppure tra i suoi stessi fondamenti.
Gli interessi di Orlow ci conducono, invece, in Sudafrica, perché qui ha scoperto che non solo gli inglesi e gli olandesi hanno rinominato le piante locali e hanno tentato di sradicare l’uso tradizionale di erbe medicinali additandolo come pericoloso, ma che hanno anche introdotto 9.000 differenti specie di piante esotiche, molte delle quali hanno infestato e soppiantato la flora locale. Il nuovo corpus di opere di Orlow sfrutta, pertanto, le piante come potente lente d’ingrandimento attraverso la quale esplorare le ramificazioni socio-politiche, economiche e spirituali della colonizzazione. Per esempio, in The Fairest Heritage (2016-17), intercetta in modo caustico una versione della storia. Durante le sue ricerche, Orlow ha scovato una pellicola girata nel 1963 per celebrare il cinquantesimo anniversario del Kistenbosch, il giardino botanico nazionale sudafricano. Soltanto tre anni dopo il massacro di Sharpeville e un anno prima dell’incarcerazione a vita a Robben Island di Mandela, cinquanta botanici provenienti da vari paesi fecero un tour per il Sudafrica, in una sorta di festa in giardino per soli bianchi. Orlow ha invitato quindi un’attrice africana, Lindiwe Matshikiza, a interagire con le immagini, imponendo un’elegante e silenziosa aggiunta al passato, quando il commercio di fiori esotici eludeva il boicottaggio delle merci sudafricane (lo ha eluso fino alla fine degli anni ’80). (Cesare Biasini Selvaggi)
In alto: Uriel Orlow, Botanical Dream (#4), 2017, Archival pigment print on baryta paper, 55 × 75 cm; Courtesy the artist and Laveronica arte contemporanea
In homepage: Uriel Orlow, Muthi #1, 2016, PVC Banner, 200 × 200 cm; Courtesy the artist and Laveronica arte contemporanea
INFO
Opening: ore 19.00
Plant Echoes. Uriel Orlow
dal 31 marzo al 15 luglio 2018
galleria Laveronica
via Grimaldi 93, Modica (RG)
orari: martedì-sabato, 10.00 – 13.00|16.00 – 20.00
+39 09321881704 – www.gallerialaveronica.it

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