Categorie: Opening

Reggia con “servizio in camera” incluso

di - 6 Settembre 2017
Ha fatto innamorare ricchi e potenti, benpensanti e borghesi, anche se è stata concepita al di fuori delle convenzioni sociali e, per lo più, illegale, per strada, sui muri dei palazzi, sulle sopraelevate, tra cemento, degrado e povertà. In quartieri-ghetto, banlieue. Da artisti ribelli, in un limbo tra vandalismo ed esperienza creativa al servizio della comunità. Oggi, invece, è di casa nelle sale delle gallerie private più cool e dei musei maggiormente ortodossi, così come tra gli stand delle fiere internazionali o nelle showroom esclusive delle case d’asta. Sto parlando di quel linguaggio artistico che viene definito e inglobato sotto il nome di “Street Art”. Incredibile protagonista, pertanto, di una favola simile, per magia, solo a quella di Cenerentola. Con tanto di lieto fine in un castello incantato. Anzi, nel nostro caso, in una reggia dorata. Quella di Caserta. Dove, infatti, si inaugura oggi una collettiva di Street Art, curata da Pia Lauro, con interventi site specific di Halo Halo, Lucamaleonte (nella foto in alto), Rero, Sbagliato (in homepage), 2501. Il titolo della mostra, “Room Service”, ovvero “Servizio in camera”, suggerisce l’idea di un accesso privilegiato a spazi privati, la possibilità di svelare realtà tenute nascoste e riportarle a una dimensione pubblica. Una riflessione che nasce dal fascino di un ambiente museale fortemente caratterizzato dalla sua storia, che si fa luogo di indagine sul presente attraverso l’interpretazione degli artisti. Le stanze nelle quali è allestita la mostra sono le retrostanze degli appartamenti storici del XVIII secolo, luoghi di passaggio, ma anche spazi nei quali sovrani, corte e servitù potevano vivere una quotidianità autentica, liberi dalle sovrastrutture e dalle convenzioni sociali.
Come gli addetti al room service, figure privilegiate in grado di accedere, anche solo per pochi istanti, all’autenticità della dimensione privata, gli artisti hanno qui il ruolo di tramite tra ciò che è accessibile a tutti e ciò che resta segreto e riservato. Proponendo una riflessione sul confine tra ciò che viene percepito come Reale e l’autentica Realtà delle cose stesse. E rendendola pubblica. Conferendogli, anzi, il massimo grado di pubblicità. Su strutture, poi, di cartongesso che, al termine della mostra, andranno distrutte. Qui, il rischio ricorrente di cancellazione che tradizionalmente incombe sulle opere di Street Art (per vandalismo, ingiurie del tempo, interventi dei preposti al decoro urbano o del cosiddetto “popolo delle spugnette”) diviene, pertanto, certezza. Ma tutte queste attenuanti, tutt’altro che generiche, non impediranno ad alcuni di elevare come capo di imputazione che, fuori dalla strada, fuori dal suo contesto originario, l’opera di Street Art non abbia ragione di esistere. Che sia un ossimoro patetico. Truffaldino. E qui, a mio avviso, si sbagliano. Perché quando parliamo di street artists forse dovremmo cominciare a porre l’accento più sulla parola “artists” che su “street”. Prima del contesto vengono, infatti, gli artefici del linguaggio. Che sono innanzitutto artisti, appunto. E la prova a discarico è offerta proprio dalla mostra che si inaugura oggi a Caserta. Dove Halo Halo, Lucamaleonte, Rero, Sbagliato, 2501, cimentandosi con uno spazio chiuso, nella soggezione della sua imponenza e vetustà, non si sono limitati ai loro cliché codificati. Ma, senza risparmiarsi, hanno sfidato i “pregiudizi”, a cominciare da quelli insiti nella location, e hanno fatto altro (sorprendendo spesso la stessa curatrice), modificando non solo i supporti tipici, ma anche i segni, gli stilemi ricorrenti. In una parola, il linguaggio pur salvaguardandone la riconoscibilità. In una contaminazione che arriva a irretire, per esempio, anche l’installazione ambientale. Sempre, poi, in una suggestiva armonia con l’architettura del Vanvitelli. Sorprendente? Fino a un certo punto. Perché senza arrivare a scrivere un’agiografia generale degli street artists, non gli vanno riconosciute soltanto immediatezza, vivacità e freschezza concettuale. Ma anche, a mio avviso, un innegabile buongusto di cui, altri versanti dell’arte contemporanea, appaiono ormai da tempo orfani. (Cesare Biasini Selvaggi)

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