Categorie: parola d'artista

exibinterviste_la giovane arte | Marcello Maloberti

di - 10 Dicembre 2004

Come sei diventato un artista? Cosa è stato davvero determinante? In questo momento della tua vita stai facendo quello che hai effettivamente scelto o fai questo lavoro per cause fortuite?
Forse è scontato, ma ho sempre voluto fare l’artista, sarà il destino; sembra che tutto si sia svolto in maniera molto naturale. Ho fatto lo storico e bellissimo liceo artistico in via Santa Marta a Milano, dove insegnava Paolo Rosa di Studio Azzurro, e in seguito l’Accademia di Brera da Fabro, dove uscivano artisti come Liliana Moro, Mario Airò, Luca Quartana. Nei primi anni 90 il mio occhio si soffermava sul mio quotidiano, rendendolo sognante e ironico: mia madre e mia nonna vestite in modo simile con le tovaglie a quadretti bianchi rossi, stile pizzeria, come due gemelle alla Shining(mia nonna sotto al tavolo è stata la mia prima performance). Determinante è stato guardare da piccolo una foto di un quadro del Caravaggio(Conversione di San Paolo). E poi mi ha aiutato il mio carattere aperto, il mio amore per il cinema di Pasolini, per le narrazioni contratte, per i pensieri chiari. Cercavo sempre di imparare da tutti, con uno sguardo distante e contemporaneamente vicino, non volevo posizioni rigide.

Solitamente spetta ai critici sintetizzare e descrivere la ricerca di un artista. Se dovessi invece sinteticamente, in tre righe, definire la tua arte come faresti?
Non è facile, ti posso dire un piccolo pensiero. Nelle mie ultime installazioni in spazi pubblici, mi piace pensare che la realtà, la vita, la naturalezza dei gesti, i corpi i volti delle persone non sono sfondo, ma forma tra le forme del mio lavoro.


Le tue opere hanno presentato per alcuni anni un interessante filo conduttore. Che potremo chiamare Rosso Maloberti. Un rosso importante, intenso, che viene giù direttamente dalla storia dell’arte. Ce ne parli?

Del rosso amo la fisicità e la corporietà, il senso estraniante e assoluto; è un colore che ti salta addosso, combattivo; è nobile e cinematografico. Mi piace il rosso di Beato Angelico, Caravaggio, Rosso Fiorentino. Malevic, Barnett Newman, Bacon, Kubrick. Mi piace l’arancione dei disegni del Pontormo.

Un tuo pregio e un tuo difetto in campo lavorativo.
Difetto: l’ingenuità, sono sempre tra le nuvole.
Pregio: testardo, come i Capricorni.

E nella vita?
Uguale. Sono sempre tra le nuvole, mi fisso le cose in testa, l’ossessività.
Come pregio, mi piace come guardo il mondo.

Una persona davvero importante attualmente per il tuo lavoro?
Non ho l’angelo custode, o forse sì mia nonna! Sono tante le persone importanti, amo le persone che ti trasmettono grandi energie. Gli altri sono importanti perché io penso ad alta voce, non mi piace parlare da solo. Raffaella Cortese e Andrea Lissoni penso siano le persone che in questo momento conoscano in modo più profondo il mio lavoro.


Sei soddisfatto di come viene interpretato un tuo lavoro? Chi l’ha interpretato meglio e chi invece ha preso una cantonata? Che rapporto hai con i critici e con la stampa?

Ho un buon rapporto con la stampa, sinceramente. Tutti hanno scritto in modo esatto, tante sfaccettature di un volto, di un percorso artistico. Mi piace essere sorpreso dalle parole dei critici; importante è capire gli sviluppi e i cambiamenti del mio lavoro. Non essere superficiali e statici, ma approfondire una visione critica su un artista è importante. Mi piace cambiare, e avere contemporaneamente, un filo sottile che lega tutte le mie immagini,

Che rapporto hai col luogo in cui lavori. Parlaci del tuo studio…
Penso che il mio studio sia l’armadio della mia camera, è una sorta di schermo, di muro dove appendo pensieri e immagini, foto di riviste ecc., che mi servono come memoria visiva. Guardo molto le foto, le immagini di qualsiasi tipo sulle riviste. Le immagini mi aiutano molto per fantasticare e costruire, nuovi eventi, installazioni, e nuove performance.

Quale è la mostra più bella che hai fatto e perché?
Mi è piaciuta l’atmosfera che ha creato la mia installazione notturna, in una piazza di un quartiere periferico di Mestre, faceva parte della rassegna Citying curata da Riccardo Caldura e Mara Ambrozic.
Lo scenario era composto da un tendone da mercato a strisce colorate (diametro 4 x 5 mt) a cui sono stati appesi, con fili di raffia e a differenti altezze, 200 specchietti semplici con cornice in plastica. Con un leggero vento gli specchietti si muovevano, riflettendo e frammentando l’architettura circostante e i passanti. Ad ogni angolo del tendone è stata posizionata una macchina con motore spento, con lo stereo acceso e la musica ad alto volume. Anche i fari erano accesi e gli specchietti riflettevano la luce ricreando l’atmosfera dei lunapark. Le persone hanno interagito ballando, vicino alle macchine come fosse una discoteca, i bambini giocavano tra gli specchietti, i volti degli abitanti del quartiere con il loro modo di vivere ha completato la forma del mio lavoro, rendendolo di grande respiro.

Quanto influisce la città in cui vivi con la tua produzione? E’ indifferente? Preferisci girare di città in città o lavorare sempre nel solito posto?
Mi piace pensare che dietro ad alcuni miei lavori specifici ci sia una città, come Roma, Milano, Siracusa, Madrid, New York, Casalpusterlengo, San Paolo. La città dove vivi influisce sul carattere, sul lavoro, immaginazione e cultura. Milano mi piace perchè non è barocca, è una città essenziale e dura insieme, penso spesso alla bellissima Milano di Michelangelo Antonioni nel film la Notte. Milano per me è la chiarezza dei pensieri dei lavori di Fontana, Manzoni, Melotti, Castellani, Fabro. In ultimo ho un grande e profondo amore per Lisbona, quando posso ci vado di corsa. Lì lavoro bene. Ha una luce straordinaria: viva Lisbona!


Ormai consacrati Cattelan e Beecroft, tra i giovani artisti italiani chi secondo te ha delle chance per emergere sulla scena internazionale? Chi invece è sopravvalutato?

Non riesco a fare previsioni, è veramente difficile! Posso dire che mi sembrano interessanti alcuni lavori di Gabellone, Perrone, Berti, Frosi, Manzelli, Arienti, Pancrazzi, Marisaldi…

La politica culturale italiana e il sistema privato dell’arte. Per un giovane artista cosa significa rimanere in Italia, produrre, investire, costruire qui?
Meglio essere realistici! Stare in Italia è come essere in luogo bellissimo, dove è difficile lavorare come artisti, con un sistema non molto serio, e poche strutture museali che producono e investono negli artisti italiani. Mi sembra come essere in trincea o come costruire una casa su una palude: bisogna avere tanta energia, una testa dura, forza e amore per l’arte. Mi piace essere anche ottimista, qualcosa si muove, ma troppo lentamente!

intervista a cura di massimiliano tonelli

[exibart]



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