Categorie: Personaggi

Allons enfant/1

di - 2 Settembre 2014
«Non c’è immagine più fantasiosa che per me esprime il senso di primordialità: il famoso storico straccio tanto caro a Walter Benjamin e chiaro punto d’ispirazione per Didi-Hubernman per la sua ninfa moderna. Questo straccio che credo si trovi soltanto a Parigi, ma che in questa città s’incontra dappertutto, è un abito smesso, un panneggio meschino e sformato, riuso di un tessuto qualsiasi che gli spazzini dispongono nei canali di scolo, addossati ai marciapiedi, per indirizzare i rigagnoli verso i tombini della fognatura. Il panno è una seconda pelle che giace e che mano mano si è sfaldata con l’acqua, i rifiuti, l’asfalto, diventando un tutt’uno, un tutt’uno che torna alla sua origine, quindi alla materia»
Di chi è la frase?
«L’ho scritta mesi fa riflettendo sul libro di Didi-Huberman, La Ninfa Moderna, mentre lavoravo all’ultima mostra personale. Parte della frase è legata al titolo di un disegno del progetto Conclave: “Il lavoro umano produttore di cavità, trame e tracce di tutti i tipi, rifiuti che s’ammucchiano e in quest’aria; che grava sulle cose e spinge gli esseri, sfiniti, a giacere sull’asfalto.”»
Panno per l’immagine primordiale… bidimensionalità… solitamente è inteso per la pittura… tu non dipingi, ma hai creato immagini fotografiche dove la pelle del tessuto è evidente… perché non dipingere allora?
«Credo che ogni disciplina abbia bisogno di un forte metodo, di una profonda consapevolezza ed una tecnica perfetta per poter affrontare un mezzo. La pittura mi affascina, ma non mi sento pronta ad affrontarla. È una scuola di vita e di pratica che ti deve accompagnare fin dai primi cenni artistici. Penso a Dalì che riesce a vedere quel particolare blu elettrico che compare dopo l’avvenuto tramonto, come una stratificazione d’aria, quindi un ammasso di infinite velature».
Per lo scatto fotografico invece?
«Sono caduta nella fascinazione ed ossessione per la macchina fotografica come mezzo e come ideologia, forse per una questione di forze di potere che essa ti permette e sicuramente per un estraniazione ed una sorpresa che ti presenta. Colei rende la realtà maneggevole e allo stesso tempo opaca, nega la connessione e la continuità, ma conferisce ad ogni momento un carattere di mistero. Così il panno diventa la base di questo mistero che attraverso la sua rappresentazione percorre una narrazione. La mia ricerca, o così dire la mia scuola fotografica, inizia dalla radice, dalla materia, la pellicola, i sali d’argento, poi il foro stenopeico, la camera oscura: luogo sacro, dove l’immagine prende forma. Vedere quel box nero come nelle prime sperimentazioni di Athanasius Kircher, mi ha cambiato radicalmente l’approccio all’immagine. Di consueto scatto in studio; che cosi diventa la camera oscura, la stanza dell’immagine, una volta formata nel suo set, io spio attraverso la macchina fotografica come da un peephole e la sviluppo aspettando la luce che ritrovo all’alba o al tramonto. Da questo primo passaggio naturalmente nascono le installazioni, le sculture, mentre il disegno precede tutto, mi accompagna come tramite da un progetto all’altro».
La tua formazione?
«Sono nata a Klaipeda in Lituania, in Italia sono cresciuta con una classica formazione di scuole d’arte, successivamente iniziando a frequentare IUAV di arti visive a Venezia, nel frattempo seguendo corsi di fotografia e lavorando a fianco con un fotografo di architettura. Poi la formazione è diventata autodidatta, anche se lo è sempre stata fin dall’inizio grazie a persone, viaggi e letture. Credo che una delle avventure più complesse è insegnare a qualcuno a diventare un artista, per questo ho sempre ricercato un proprio studio e percorso».
Come sintetizzeresti la tua ricerca?
«Osservare, è per me fondamentale. Diventare un voyeur alimenta in continuazione la mia ricerca, grazie a metodi molto semplici che vanno dal viaggio alla lettura. Immergersi in una nuova lettura e allo stesso tempo partire è per me aprire un nuovo capitolo, tagliare la realtà e farla diventare immaginazione. Nell’opposto passo anche lunghi e meticolosi periodi in studio dove metto in pratica il lavoro, testando a lungo per arrivare ad un risultato finale».
Il tuo immaginario di cosa si nutre.
«Immaginario, è una parola molto attuale che si appropria subito ad un pensiero e l’io, tendenzialmente mi direziono più sull’immaginazione. Noto che l’immaginazione mi porta sempre verso una narrazione che ritrovo nei momenti più casuali, osservando tutto ciò che mi circonda e mi attrae. Come la pura e semplice realtà, poi sì, sono affascinata dall’antropologia, libri come Eros e civiltà di Marcuse, Teoria generale della magia di Mauss, Il cannibalismo di Vilhard e il Falco Pellegrino di J.A. Baker mi hanno portato a sviluppare e mettere in discussione il mio lavoro. Film come Magia nuda, Turin Horse, Chappaqua o l’ultimo di Cronenberg (Map to the Star) mi portano a credere in una grande forza che esercita l’immagine e il pensiero».
Qual è il tuo approccio alla vita?
«Stimo in generale tutto ciò che emana verità e realtà, non c’è niente di più semplice e allo stesso complesso. Stimo la lotta perpetua contro il timore verso la vita, stimo la libertà di pensiero che spesso ritrovo nelle persone, amici, artisti o estranei».
Vi sono tipologie di opere cui far riferimento e autori.
«Credo che ci sia un forte bisogno di ritorno verso la narrazione, quell’impulso che fa partire o intuire una storia, non per forza chiara o concludente. Siamo anche in un momento politico sociale, dove non c’è davvero una necessità di confrontarsi con essa, ma piuttosto pensare ad altre possibilità e narrare altri mondi. Per questo mi interessa la spettacolarità, come quella di Ancient Evenings di Matthew Barney, o il lavoro di Berlinde De Bruyckere presentato all’ultima biennale d’arte di Venezia, mostre come Infinitum a Palazzo Fortuny o Theatre du Monde alla Maison Rouge a Parigi lasciano una forte impronta nella contemporaneità».
Andrea, come vedi la tua figura di curatore o quella di un artista al di fuori del mondo d’arte contemporanea, dico in Italia? Colui o colei che invece si confronta con un certo tipo di realtà e di politica, quella vera e reale, che cerca di sviluppare progetti in spazi pubblici e confrontarsi con persone per nulla legate agli addetti ai lavori? C’è un forte abisso fra queste due realtà? O non può far altro che nascere interessanti progetti sociali?
«In tutta franchezza ci sto riflettendo dagli anni in cui lavoravo a Monfalcone, quando la Galleria che gestivo era espressione della collettività. Purtroppo fu proprio la politica ad affossarla e in tutta onestà confido oramai più nella passione dei singoli che nella attitudine sociale del ‘pubblico’. Il problema in Italia è politico, non si investe sulla formazione, per cui anche laddove si sviluppano interessanti progetti intercapedine, questi sono isolati, non gettano radici. Continuiamo comunque a lottare: in fondo chi si occupa d’arte in maniera autentica non può far altro».
Agne Raceviciute è nata a Klaipeda (Lituania), l’11 gennaio 1988

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