Categorie: Personaggi

I Passi e l’Orizzonte di Alfredo Pirri |

di - 22 Gennaio 2016
L’enigma del lavoro di Alfredo Pirri sembra racchiuso nel volto tenue e accogliente di molte sue opere che appaiono indifferenti a ogni mimesi della realtà, e al tempo stesso nella certezza oscuramente avvertita che si rivolgano invece alle cose del mondo, all’”utilità dell’arte”, alla sua capacità di accendere (come si accende una fiamma e come si accende un mutuo) forme di vita latenti e desiderate che il mondo tende a oscurare e soffocare per mancanza d’aria e di luce. Nel rifiuto delle modalità di produzione mimetiche, intese come riproduzioni o appropriazioni del reale, si manifesta un lavoro che mira semmai a scoprire modi sopiti di saggiare le cose, di attivarle con le energie rimastevi imprigionate, di innervarle con una domanda che le riporti in vita. Di qui anche il potenziale critico dei suoi lavori: la lietezza dell’aria e dei colori di un mondo possibile fanno emergere talvolta – per contrasto, analogia o nel loro stesso funzionamento formale – fantasmi del mondo reale, vasti e pervasivi meccanismi sociali, lacerazioni etiche e politiche.

Questo impulso anti-raffigurativo sembra confermato da una pratica pittorica espansa, che si ibrida spesso con due arti non-raffigurative per eccellenza, l’architettura e la musica. Quanto a quest’ultima, Pirri ha già unito più volte gli interventi musicali di Alvin Curran alle esposizioni di alcune sue opere, come è avvenuto anche a Firenze con l’inaugurazione di Passi nel chiostro del “Museo Novecento” nel settembre 2015, primo tappa di un percorso che ha visto successivamente l’artista alla Galleria Edoardo Secci con la mostra “All’Orizzonte” e che si conclude con l’inaugurazione domani di “All’Orizzonte. Kindertotenlieder” presso la Galleria Il Ponte (catalogo a cura di Arabella Natalini). Ma così, come la serie dei Passi acquista un senso diverso a seconda dei luoghi e dei tempi in cui l’elemento della serie è realizzato, anche gli interventi musicali di Curran non hanno sempre lo stesso rapporto con l’opera visuale: fungono di volta in volta da amplificazione, commento, contrasto, anche in relazione ai diversi strumenti usati.
Mi è capitato di assistere una volta all’apparizione di Curran in una galleria romana in cui Pirri aveva ‘dislocato’ il proprio studio, riportando le opere al momento genetico del suo lavoro. Quella specie di tromba organica che è l’antichissimo shofar (un corno ricurvo di ariete, uno strumento rituale che affonda le sue origini nell’episodio biblico di Abramo e Isacco) emetteva dei suoni che sembravano remoti lamenti animali, richiami reiterati fino all’ultimo respiro, echi, grida d’aiuto, invocazioni, provocazioni, appelli rivolti direttamente alle opere di carta e di luce appese alle pareti affinché queste si aprissero, infine, per rilasciare i loro balsami rigeneranti. Però mai, finora, una sua mostra (una ‘tappa’ della mostra complessiva fiorentina “All’Orizzonte”) aveva ripreso il proprio titolo dalla musica, e in particolare da un ciclo di canti, gli strazianti Kindertotenlieder di Mahler.

La musica, si sa, non denota il mondo, né come talvolta si dice, è ‘espressione dei sentimenti del compositore’. Piuttosto, parla prima o dopo ogni articolazione linguistica, attesta l’efficacia di un orizzonte sensibile, pre- o post-linguistico, che condiziona il modo in cui parole, gesti, eventi e cose possono assumere significati diversi, anche conflittuali. E permette che, grazie all’unità di senso in cui li racchiude e li intona, quei significati possano convivere senza elidere contraddizioni, lacerazioni, paradossi, come deve fare invece il discorso lineare. “Vedere le cose per quello che sono” – come si propone di fare Pirri – allora, è innanzitutto vederle nella luce di quel lumen (‘luce’ e ‘sguardo’) che ne libera l’instabilità, il loro essere sempre bifronti: una faccia rivolta alle cose nella loro concretezza e l’altra rivolta all’orizzonte indefinito da cui emergono; su una faccia la mano controllata e precisa dell’autore, sull’altra l’imprevedibilità dei suoi esiti; un lato con i colori tenui dell’alba e l’altro – da indovinare seguendo i fori che attraversano il plexiglass con cui sono realizzate queste opere – rivolto a profondità insondabili e minacciose che tutto inghiottono. Raccogliendo una suggestione dell’artista, non riesco più a non pensare, guardando quei plexiglass bucati da cui sembrano affiorare bolle d’aria, agli ultimi segni di vita di piccoli corpi che affondano nel mare: Kindertotenlieder.
Stefano Velotti

Insegna Estetica a l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Ha insegnato a lungo negli Stati Uniti ed è docente dell’Istituto Freudiano di Roma. Oltre ai temi classici dell’estetica analitica e continentale, è interessato ai problemi filosofici e politici connessi all’arte contemporanea e ai nuovi media. Tra le sue pubblicazioni in volume, La filosofia e le arti. Sentire, pensare, immaginare, Laterza, 2012; Estetica analitica. Un breviario critico, Aesthetica, 2008; Storia filosofica dell'ignoranza, Laterza, 2003; Il ‘non so che’, (con P. D’Angelo), Aesthetica, 1997; Sapienti e bestioni, Pratiche, 1995; Adolf Loos, De Donato, 1988.

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