Categorie: Personaggi

Il cielo sopra la GNAM

di - 30 Dicembre 2014
«Si coglie una monumentalità, come se quelle cose poggiassero da tempo su quel piazzale». Il piazzale è la Corte Aldrovandi della Galleria Nazionale di Arte Moderna, spazio ospitante dove siamo entrati e torniamo attraverso le parole di Pietro Fortuna, riattraversando la sua opera: Glory IV Alliance. Cinque elementi metallici sono disposti lungo il cortile, stagliandosi in una complessa installazione ambientale, sormontata da un assertivo titolo, sottolineato ma quasi cancellato, da una riga gialla: “All the procedures have been completed”. L’opera, la cui esposizione è curata da Achille Bonito Oliva, non è fatta per arredare uno spazio, ma è ad esso consustanziale. Entrare nel cortile è entrare in questa struttura monumentale, come accade nella figura retorica della metonimia, dove oggetto contenuto e luogo che contiene coincidono. Cara all’artista è questa immagine letteraria, perché «quel che nutre l’idea di un autore non è sempre una metafora». L’ingresso in uno spazio chiuso, ma aperto in alto, dove oggetti dotati di un proprio senso ci fronteggiano indifferenti, fa subito immaginare di essere in un dipinto di De Chirico, un luogo dove «la metafisica viene sfiorata», e dunque non più un luogo. I moduli sono posti in modo tale che non possano essere guardati assieme al cielo e sono l’uno simile all’altro, perché l’autore ha voluto renderli «ridondanti, quasi zuccherosi».

Lo spazio è stato scelto, grazie all’indicazione della soprintendente alla Gnam, Maria Vittoria Marini Clarelli, ed è stato restaurato in occasione dell’acquisizione dell’installazione, e dunque è permanente. «Questo luogo esprimeva un ordine, una cultura e un senso. Vedevo un ordine che esprimeva il mio Paese – spiega l’autore -. L’ordine conferisce armonia al lavoro, ma spesso l’armonia viene giudicata così consistente da diventare essa stessa una cosa. Invece le cose che guardiamo sono già delle forme. Noi viviamo nelle forme e non le creiamo, perché esistono già nella realtà. La forma non è un’avventura del pensiero». Per questo, la scritta sovrastante i blocchi di acciaio, fa dell’ironia tramite l’antifrasi: «Tutte le procedure sono state completate», vuol dire in realtà il contrario e sconfessa quell’ordine in cui l’arte si dà per definita.
Il titolo dell’opera, Alliance, si riferisce proprio all’alleanza tra gli uomini per resistere al loro destino attraverso un’armonia rassicurante, un possibile riscatto che si rivela esser vano. Per Pietro Fortuna «il titolo sta per qualcos’altro: indica il contenuto e in qualche modo lo anticipa. Esprime un valore, come nel caso di un titolo nobiliare. Per questo, quando titolo un’opera, avvio una procedura che deve rispettare quel valore, deve essere moralmente alla stessa altezza».

Alliance è la quarta fase di un ciclo che costituisce la summa del lavoro di Pietro Fortuna: Glory, progetto partito dalla Tramway di Glasgow e approdato in Italia al Macro di Roma e al Marca di Catanzaro, per poi tornare a Roma, ora. La Gloria che qui viene esposta, non è una gloria che si manifesta, che viene donata come un riconoscimento: «è un modo per chiamare la verità che è già esistente, perché noi viviamo già nella gloria, nel bene. Nietzsche diceva che non esistono fatti, solo interpretazioni. Ma il vero c’è!».
L’alleanza e la gloria rimandano alla cultura giudaico-cristiana e sono la traccia che rivela il profondo significato di quei blocchi metallici, coi chiodi a vista, del colore del legno, dove piani orizzontali si incrociano con quelli verticali: croci. Il simbolo più importante della nostra cultura religiosa, su cui si è detto tantissimo, come spiega l’autore: «La croce presuppone un equilibrio, è naturale perché si identifica con l’albero conficcato in terra, è il luogo dove è stato ucciso un uomo, non ha spessore, è televisiva, si staglia. Non c’è profondità: non c’è nulla dopo la morte di un uomo». Superficie e fondo coincidono, come passato e presente, prima e dopo, superando l’ordine razionale che cerchiamo di imporre alle cose, che invece «vivono nella loro distrazione».
Pietro Fortuna ha piegato i bracci della croce, annullando il fondo e simboleggiando che c’è dell’altro oltre la croce. Una “operazione in bianco”, citando l’espressione del filosofo Jankélévitch, in cui viene cancellato il dopo e non c’è un luogo: «se attraverso questo movimento si definisse un luogo, io l’avrei creato, l’avrei costruito, invece i luoghi sono le forme di quest’allucinazione che è l’armonia. Tant’è vero che in una chiesa Dio non c’è. Ogni cosa è un luogo in sé».

Ma in questa operazione non c’è intento di provocazione né elemento ideologico. Lo scandalo è quello dell’equilibrio, della croce su cui è stato messo Cristo, ed è allo scandalo dell’armonia che si interessa l’artista, che afferma: «Io guardo lo scandalo e capisco che con la coscienza di chi lo segnala si può fare poesia». In questo lavoro «viene messo in difetto, non in crisi, il concetto di armonia». Per l’artista possiamo nominare le cose attraverso il linguaggio, e nel passaggio dall’oggetto alla cosa l’oggetto trema, assume significato: lo sguardo dell’osservatore diventa esso stesso legno guardando la croce. Di nuovo la metonimia, dunque, che richiede l’esperienza delle cose, il confondersi con esse.
Per questo, bisogna entrare nell’opera per trovarsi in una specie di campo magnetico, dove si percepisce una forza che tiene gli oggetti insieme, e non è quella dell’equilibrio: è il pensiero. C’è un sistema intellettuale, che trae origine dall’architettura, dalla filosofia ma soprattutto dalla psicanalisi, che caratterizza il percorso di Pietro Fortuna. Questo percorso ha aumentato la sua molteplicità di significati quando ha dato vita ad Opera Paese, progetto culturale attivo a Roma dal 1997 al 2004 in cui si sono incontrati artisti, musicisti e filosofi quali Philip Glass, Jan Fabre, Michelangelo Pistoletto, Carlo Sini, Jannis Kounellis, Gija Kancheli. Un incontro anarchico, privo di finalità di esibizione e rappresentazione, con il solo intento di praticare l’arte.

Perché «l’arte non la si racconta, la si pratica. Contiene l’enigma, non dice la verità, ma dice che c’è della verità. E questa verità è già data, esiste. L’arte di oggi è modesta perché gioca con questi valori, ma non dà la risposta». Pietro Fortuna ci annuncia la sua intenzione di lasciare l’Italia alla volta del Belgio e noi ci poniamo delle domande. Ci sono oggi in Italia dei progetti che come Opera Paese favoriscano la collaborazione libera, dettata solo dall’ispirazione, tra gli artisti egli intellettuali in generale? L’arte è diventata solo un prodotto, finalizzato all’esposizione e non già una ricchezza del pensiero culturale dell’artista e del Paese?
Quali artisti hanno ancora la forza di essere degli intellettuali? E soprattutto, a questo punto, quali ci sono rimasti?
Annamaria Serinelli

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