Franz Wilhelm Seiwert, Vorstadtstrasse
In una strada di periferia, stretti tra un muro intonacato e una costruzione che getta un’ombra verdastra sull’asfalto, alcune figure senza volto né caratterizzazione sembrano vagare come automi. La netta prospettiva imposta dallo scorcio di sinistra e la semplificazione con cui questi personaggi sono descritti donano alla composizione un’atmosfera sospesa e leggermente inquietante. Molto vicine ma anche tra loro distanti e invisibili, le persone di questa città non hanno occhi, bocca, naso o orecchie, non possono sentire, vedere, annusare e parlare. Simboli di incomunicabilità , rappresentano l’ambito urbano sempre più affollato e anonimo per come si sta definendo nella Germania industrializzata tra le due Guerre mondiali.
L’autore di questo dipinto, Franz Wilhelm Seiwert (Colonia 1894-1933), unisce l’astrazione delle forme e l’arte costruttivista all’impegno politico. Tra i massimi esponenti del costruttivismo figurativo, usa l’arte per dar voce alla sua istanza comunista e si schiera con partecipazione accanto agli strati più poveri e sottomessi della popolazione. “Abbiamo bisogno che l’immagine trasformi i fatti esteriori in fatti interni all’immagine stessa: macchine del profitto, lavoratori schiavizzati, carnefici, vittime. Le nostre immagini sono al servizio degli sfruttati, a cui noi stessi apparteniamo e per i quali proviamo solidarietà ”.
Seiwert conduce una vita di dolore e sofferenza. All’età di sette anni viene sottoposto a un esperimento radiologico che gli causa ferite e ustioni che lo tormenteranno per tutta la vita, determinando la sua prematura scomparsa a soli 39 anni. In Vorstadtstrasse, il pessimismo di questa esistenza difficile si unisce all’ansia per l’instabilità della situazione sociopolitica tedesca, in bilico tra crisi economica, declino della Repubblica di Weimer e ascesa del Nazismo. Le nove figure che si trovano in questa strada descrivono una società standardizzata, in cui le persone, diventate numeri e incapaci di esprimersi, cominciano ad assomigliare a macchine. Nella poetica del pittore sembra, infatti, che il progresso tecnologico non abbia nulla di eroico e positivo, ma rappresenti semplicemente l’annullamento dell’individuo in quanto persona. Tre anni dopo la realizzazione di questo dipinto, con l’avvento del Nazismo, Seiwert si allontana da Colonia in un esilio volontario. Il rapido degenerare delle sue condizioni di salute lo costringono a rientrare, per spegnersi proprio nel 1933, lo stesso anno della presa di potere da parte di Hitler.
Quest’opera costituisce un unicum nelle collezioni del Mart e rappresenta un artista poco noto in Italia ma centrale nell’arte tedesca ed europea. Entrata a far parte delle raccolte del museo nel 2016, appartiene a un deposito a lungo termine.
[Scheda a cura del Museo Mart]
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