Filosofia e arte. Ritorno a Debord |

di - 18 Marzo 2004

Più di trent’anni fa, in un saggio che è stato molto più citato e osannato di quanto sia stato veramente letto, Guy Debord denunciava la nascita della “società dello spettacolo” . Tale espressione, ormai divenuta di uso comune per indicare la centralità e la predominanza dei mass media nella vita quotidiana, aveva in realtà nel pensiero di Debord un significato più generale e articolato. Lo spettacolo è infatti per Debord il risultato finale dell’alienazione della nostra società, che dopo esser passata dall'”essere” all'”avere”, è giunta all’ipostatizzazione dell'”apparire” (§17).
Le immagini sono il mezzo attraverso cui una parte della società, quella che detiene il potere economico, impone agli altri uomini un certo modo –il proprio- di vedere la realtà. L’immagine è ciò che unisce artificialmente e artificiosamente la frammentazione di ogni aspetto della vita, la separazione di ogni vita rispetto all’altra; è ciò che tiene assieme una folla “atomizzata” (§221), mantenendo però, nello stesso tempo, l’individuo isolato. Lo spettacolo “è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire” (§21).
Lo spettacolo odia l’attività e ha fatto della contemplazione la propria cifra (§27): è in questo senso che, secondo Debord, “lo spettacolo è l’erede di tutta la debolezza del progetto filosofico occidentale” (§19), dal momento che la filosofia occidentale è stata prima di tutto speculazione, contemplazione passiva e asettica della realtà.
Non è un caso dunque che nella filosofia contemporanea siano divenuti centrali negli ultimi anni proprio l’analisi e la discussione dei concetti di immagine e di rappresentazione. Così come non è casuale che per un gran numero di filosofi sia tornata ad essere fondamentale la riflessione sull’arte, luogo privilegiato del dispiegarsi di tali concetti. Quel che colpisce è però il fatto che, soprattutto in Europa, la filosofia che si è avvicinata al mondo dell’arte non l’ha fatto tanto per capire le categorie principali del nostro tempo o trovare una chiave nuova per uscire dall’impasse denunciata da Debord, quanto per evitare di prendere posizione sul mondo e sulla società attuale. Ciò dipende in larga parte dal peso esercitato da Heidegger su molti di questi filosofi, come ad esempio Jean Luc Nancy o Jacques Derrida ossia, meglio, dall’influenza che hanno ancora oggi le affermazioni di Heidegger e dei suoi discepoli secondo le quali ogni discorso che pretenda di dire qualcosa di vero sul mondo è il frutto della volontà di potenza, e in quanto tale deve essere bollato come “metafisico” e rifiutato.
In questa direzione l’arte ha costituito un ottimo rifugio, in quanto tali filosofi –e forse certi artisti- sono convinti che l’arte sia il campo in cui qualunque discorso può trovare spazio, con il risultato che anche quando credono di porsi criticamente davanti alla spettacolarizzazione della società, ne avallano di fatto la caratteristica principale: generare spettatori passivi.
Ecco perché risulta più facile ritirarsi nella contemplazione di quadri secenteschi (vero Nancy?) o nella produzione di fotografie obsolete (senile passatempo di Jean Baudrillard…) piuttosto che rispondere alle domande che stanno ponendo oggi artisti come Matthew Barney o Vik Muniz, sacerdoti estremi e probabilmente involontari del regno dell’immagine e dell’apparenza. Molto più semplice disprezzarli. In un’opera come il Cremaster cycle di Barney, ad esempio, tre importanti questioni che Debord discute (alienazione, feticismo e dissociazione), emergono con una potenza ed una tensione tali da costringere lo spettatore ad una vera e propria reazione fisica, che lo porta fuori dal proprio stato passivo e provoca molte più domande di quante un Baudrillard possa immaginare.
Paradossalmente quindi sono proprio questi artisti che, esaltando maggiormente l’illusorietà e la disgregazione della nostra società, forniscono contemporanei strumenti di comprensione del reale. L’immediatezza con cui l’arte esprime la realtà del proprio tempo ha però bisogno di parole. Ha bisogno di una mediazione per farsi cosciente e divenire fonte di azione e di cambiamento. Se dunque si vuol prendere sul serio l’accusa alla filosofia fatta da Debord –e ad un profeta è sempre bene dar retta- è forse giunto il momento di smettere di “filosofizzare la realtà” e iniziare a “realizzare la filosofia” (La société du spéctacle, §19). Lasciando il ruolo di “spettatori specializzati” a chi vuol continuare a dormire.

mariangela priarolo
filosofo

articolo uscito su Exibart.onpaper #13 nella rubrica inteoria a cura di christian caliandro

[exibart]

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