Il giudizio è impossibile. Viva il giudizio/2

di - 24 Dicembre 2012
[di Luca Bertolo] Come è noto, la bellezza non gode di grande credito nell’arte contemporanea, almeno non in sede di giudizio. “Bello” suona spregiativo, un termine obsoleto utilizzato ormai solo da bifolchi e mercenari. La bellezza viene assimilata tout court alla commerciabilità di un’opera. La faccenda, ovviamente, è un po’ più complessa. «La bellezza è l’unica qualità estetica ad essere anche un valore – scrive il filosofo Arthur Danto in L’abuso della Bellezza (Postmedia) – come la verità e la bontà. Non è semplicemente un valore tra gli altri, per mezzo dei quali viviamo, ma è uno dei valori che definiscono cosa significhi la vita umana nella sua completezza».
«Sebbene la bellezza non sia l’obiettivo primario dello sport, lo sport ad alto livello è uno degli ambiti in cui la bellezza umana ha le più alte probabilità di esprimersi» . Quando scrive questo (Il tennis come esperienza religiosa), lo scrittore americano David Foster Wallace ha in mente Roger Federer. Tra le tante performance eccezionali del tennista svizzero, ce n’è una particolarmente spettacolare. Mentre Federer è sotto rete, Djokovic tira un colpo lungo e alto, praticamente imprendibile. Federer si gira e scatta alla rincorsa della palla fino al bordo del campo. La raggiunge, ma sta dando la schiena alla rete, non ce la può fare a voltarsi in tempo… A quel punto allarga le gambe e colpisce la palla all’indietro. La palla, come per miracolo, oltrepassa la rete e rimbalza sotto gli occhi allibiti dell’avversario. Ho visto e rivisto questa scena chiedendomi cosa mi emozioni tanto. Non è questione di tifo. Non si tratta nemmeno di pura dimostrazione di abilità. Il punto, credo, è che Federer improvvisa quel colpo, in un millesimo di secondo. La mia è l’emozione di fronte a un atto di creazione. Bene: ma com’è correlata quest’emozione al giudizio che in un secondo momento posso esprimere sul valore di quel colpo?
Le competizioni che hanno a che fare con i cosiddetti prodotti dello spirito, faranno sempre un po’ sorridere, risulteranno sempre un po’ imbarazzanti. Eppure premi e concorsi continuano a prosperare, dal Premio Strega al Pulitzer, dal Premio Furla al Turner Prize. Il meccanismo della gara sembra di per se stesso attirare il pubblico, oltre che creare una tensione elettrizzante per i concorrenti. Ma non è questo che qui mi interessa, bensì la questione del giudizio: la possibilità, la legittimità, l’eventuale utilità di un giudizio di valore. Poiché se da un po’ di tempo il mainstream della curatela sembra aver abdicato all’opzione della critica, non per questo Documenta può ospitare tutti gli artisti. La selezione rimane, nella teoria come nella pratica, necessaria. E selezionare significa scegliere in base a qualche criterio: questo sì, questo no. Se il mestiere del critico consiste nell’argomentare i propri giudizi, il curatore non è strettamente tenuto a farlo. Per inciso, questa pratica diffusa – selezione in assenza di spiegazioni – è forse una possibile causa di accuse e invidie per quelli che sembrano i protegés dei curatori; accusa in sé assurda, dal momento che avere delle preferenze è la cosa più naturale del mondo (basterebbe fugare il dubbio che il tale artista inglese trendy, supportato da un’importante istituzione, non sia stato preferito a suoi omologhi italiani solo per facilitare la carriera internazionale del curatore in questione).
Il bello di una giuria è che ha come unico scopo quello di emettere un giudizio. È un peccato che la tendenza dei concorsi sia di emettere verdetti o, peggio,  preselezionare i concorrenti  in linea con il resto del sistema artistico-commerciale (leggi: omologato). In effetti, i premi potrebbero rappresentare dei momenti creativi per i giurati, piuttosto che un pulpito da cui confermare trend e interessi. E tuttavia – sarà a causa della dimensione giocosa che sopravvive tra le loro pieghe anche quando si sforzano di apparire seriosi – tifo per premi, giudici, classifiche, scelte impopolari e altre sciocchezze. Mi viene in mente una performance di Italo Zuffi, Elenco (2006), in cui un attore, accompagnato da una band, declama una classifica di Flash Art scandendo con enfasi crescente i nomi e il punteggio ottenuto dagli artisti, dalla prima posizione fino a quella di Zuffi, su cui la performance bruscamente si arresta.
Bene. Una sintesi estrema delle considerazioni fatte fin qui potrebbe essere questa: il giudizio è impossibile, viva il giudizio! Si tratta di un paradosso – ma un paradosso percorribile. L’esistenza dei numeri irrazionali non paralizza gli ingegneri: ogni misura si può approssimare. Si potrebbe addirittura sostenere che, dal punto di vista dei nostri sensi (sempre fallibili), la vita e l’arte non sono che approssimazioni di se stesse, figuriamoci i nostri giudizi. Sbagliamo per forza, tanto vale sbagliare meglio. Ma appunto, tutto ciò non è che una premessa alla questione davvero cruciale: come si giudica il più correttamente possibile? Esiste una metodologia operativa del buon giudizio?
*per la prima parte de “Il giudizio è impossibile. Viva il giudizio” cliccare qui

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