IL TACCUINO DELLA CRISI |

di - 13 Novembre 2008
A parte un leggero riassetto dei prezzi, per altro fisiologico dopo la rincorsa impazzita degli ultimi anni, il mercato dell’arte sta dimostrando una solidità sorprendente. E questo nonostante proprio grandi banche e gruppi finanziari mondiali siano stati in questi anni ampiamente corresponsabili del boom dell’investimento in arte. Di più: se l’origine della crisi è storicamente attribuita al crack degli hedge-fund, vale la pena di ricordare che proprio i grandi hedger come Steve Cohen, Kenneth Griffin, Adam Sender, David Ganek o Daniel Loeb hanno guidato una rivoluzione nel campo del collezionismo, trasformando l’arte in un importante settore di investimento.
Oggi quegli stessi grandi manager non se la stanno passando bene. E se Atene piange, Sparta di certo non ride: le banche sono aggrappate al salvagente pubblico, anticamera per nuove forme di nazionalizzazione del credito che parevamo impossibili nell’età d’oro del liberismo globale.
Così in grave crisi c’è la svizzera Ubs, storico sponsor di Art Basel, primo Art Banking al mondo, mentre Lehman Brothers, la grande banca statunitense fallita, è tra i principali sostenitori dell’Adaa, l’Art Dealers Association of America, sponsor di quasi tutte le iniziative organizzate dall’associazione.
Insomma, a crollare sono i pilastri su cui si sostiene il mercato dell’arte. Che però sta dimostrando una grande indole camaleontica. Con straordinario spirito di adattamento, ecco ritornare il mito del bene di rifugio. Ma non si diceva che l’arte non lo sarebbe più stato? Non si scriveva che le regole del gioco erano cambiate, che il collezionismo illuminato era morto e sepolto e che l’arte era divenuta nient’altro che un settore per diversificare gli investimenti?
Si sarebbe dovuto scatenare l’inferno. Invece no, niente panico. Le reazioni alla crisi da parte degli operatori sono state finora molto composte, all’insegna di un’irreale tranquillità. Non si sono espresse le grandi case d’asta ma neppure i dealer più potenti, scrive Jörg Häntzschel sul “Süddeutsche Zeitung”, ipotizzando un velo di omertà steso a protezione di una stagione critica, quella autunnale, alla vigilia dell’importante fiera di Londra (Frieze) e delle aste di novembre.

A proposito di Frieze. I primi commenti parlano di un ritmo un po’ rallentato che spinge persone come Andreas Gagner, direttore di Monika Sprüth Magers, a dichiarare che i giorni delle decisioni in cinque minuti sono finiti. Nel futuro si cercherà soprattutto il rapporto qualità/prezzo.
Cautela è la parola d’ordine. Il “New York Times” ha dato notizia che Christie’s ha stabilito una nuova regola per il pagamento delle opere acquistate in asta: il corrispettivo può essere dilazionato, ma l’opera consegnata solo a saldo avvenuto. Di questi tempi… non si sa mai cosa ci si ritrova in tasca domani.
Per parte sua, Phillips de Pury & C. è in predicato di finire sotto controllo della Mercury Group, compagnia russa che si occupa di vendita di beni di lusso. Simon de Pury resterà direttore e azionista, ma certo questo spostamento strategico è un segno dei tempi, di come l’asse di traino dell’economia si stia velocemente spostando da ovest a est. Sono in molti a ritenere che, una volta superata la crisi, la leadership anglosassone in campo culturale si ritroverà di molto ridimensionata.
I russi in particolare, hanno velleità di investimento sulle western companies. E chissà che prima o poi non lancino la scalata anche a Sotheby’s.

Il problema vero, secondo quanto dichiarato ad “Artinfo.com” da Don Thompson, economista e autore di The $12 Million Stuffed Shark: The Curious Economics of Contemporary Art and Auction Houses, resta però che in larga parte il mercato che si è sviluppato a est si mantiene di carattere “derivativo”: si compra ciò che va per la maggiore in Occidente. Ancora non ha dimostrato di essere in grado di creare un’alternativa autonoma. Neppure il fenomeno cinese si può considerare tale, in quanto esso nasce per diversificare l’investimento occidentale nei Paesi dalle economie emergenti.
C’è da chiedersi se sistemi nati e sviluppati così velocemente possano essere realmente in grado di regolare il mercato dell’arte così come, nel bene e nel male, ha fatto il sistema anglosassone, che può vantare una storia di oltre due secoli. O se piuttosto non ci sia da aspettarsi, come pare avvenire già oggi, il susseguirsi di processi speculativi che inevitabilmente costituiscono fenomeni altamente destabilizzanti.
Per ora e almeno fino a fine anno non c’è da temere sulla tenuta del mercato dell’arte: la crisi porta con sé la necessità di liquidità, così il caso della vendita di parte della collezione Lehman Brothers non è da considerarsi isolato o eccezionale. Sono in molti a trovarsi nel bisogno impellente di vendere le proprie collezioni per far fronte alle difficoltà economiche. Sarà possibile, per un certo periodo, vedere apparire in asta opere selezionate e di qualità, per una parte consistente destinate a essere acquisite dai grandi magnati arabi e russi. Il che non vuol dire che le preoccupazioni non vi siano, basti pensare che nelle prossime aste Christie’s è costretta a garantire il prezzo minimo per il 38% dei lotti, mentre Sotheby’s addirittura il 50%.

Una cosa però sembra divenuta evidente, e cioè che l’arte sia sempre meno una questione culturale e sempre più una faccenda di soldi. D’altro canto è quanto meno significativo che il dibattito sul più importante artista vivente, Damien Hirst, si arrovella ormai da anni sulle strategie di mercato, mica sulle sue opere. Il mercato come concetto, appunto.

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alfredo sigolo


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 53. Te l’eri perso? Abbonati!

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  • Insomma vale l'equazione:
    MC:D=DM:mC

    MC= Mercato Creativo
    D= Derivati
    DM= Damien Hirst&Company
    mC= Mercato Concettuale

  • che il buon Damien riesca a far fuori anche i curatori...
    Come artista non lo giudico, per il resto è di gran lunga il migliore.

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