IL TERREMOTO E LE RICOSTRUZIONI IMMAGINARIE |

di - 15 Aprile 2010

La prima cosa che ti colpisce nel centro storico de
L’Aquila sono i ponteggi, che formano una corazza nero onice e oro
scintillante. Sovrabbondante, ridondante. Una facciata perfettamente glamour,
che nasconde la sospensione e l’immobilità. Un esoscheletro alieno che cresce
fuori dal corpo. Grande quanto i palazzi che racchiude. Un’armatura che
circonda e nasconde larve di edifici, lemuri di case. Che diventano così quasi
invisibili, messi a distanza come sono (distanza di sicurezza).
Questi ponteggi trasmettono una sensazione dura,
fastidiosa. E repellente. Questi ponteggi sono la morte. Roba veramente da fantascienza,
e di quella hard.
Questi ponteggi sono il futuro. Non sono neanche il simbolo del futuro, o la sua
rappresentazione: quello è proprio il futuro. E non solo degli aquilani, ma di
tutti noi. Il futuro che ci si appara davanti, che ci viene preparato sotto i
piedi, a nostra stessa insaputa. Un futuro metaforico e materiale, fisico e
simbolico. Qualcosa di estremamente duro e freddo, anche da capire. I luoghi e
gli spazi urbani svuotati, le strade abbandonate con l’illuminazione accesa qua
e là… Siamo già un passo oltre la città-fantasma.

I luoghi scarni e scarnificati, dunque, e in questi
luoghi, la notte del 6 aprile, ecco le persone. Disorientate. Uno degli aspetti
che maggiormente lamentano è proprio quello che sembra ignorato, o dato per
scontato, da chi abita nelle città e nei paesi non colpiti da un terremoto:
l’assenza di uno spazio sociale e identitario, dei luoghi in cui incontrarsi e vivere
piacevolmente. Un vecchio malandato, con il montone, i pantaloni verdi e lo
sguardo assente, accompagnato dalla figlia, viene fermato da un amico a cui
dice sconsolato: “Scusa, non ti avevo riconosciuto”. Un quarantenne gagliardo dalla
chioma leonina si lamenta con un conoscente: “Non posso neanche andare a
pigliare i mobili da casa, ti rendi conto? E mica posso comprare quelli nuovi!
”. La ragazza che lavora al
baretto di fronte alla basilica di San Bernardino, felice perché indaffarata,
quando il chiasso nel locale si calma per un attimo e tutti si zittiscono
inspiegabilmente, si stranisce e fa: “E mo’ che è tutta ‘sta calma?”.

E poi, di fronte ai ponteggi-morte, ai piedi di una
scalinata monumentale che porta dritta a San Bernardino e che ricorda da vicino
tante altre del centro italiano, un laser verde disegna le figure sgarrupate
degli edifici, di un tratto della città. Lo fa con una frase, presa dal
racconto della fondazione medievale (1254) dell’Aquila: “Gridaro tucti
insieme la città facciamo bella
” (Buccio di Ranallo, Cronaca aquilana, 1355-62). Potete pensare e dire
ciò che volete: però ci dovevate essere. Il punto è che l’opera funzionava. Dovevate vedere i bambini, che
si fermavano a guardare e dicevano a voce alta: “Che splendore!”. Io sinceramente finora non
avevo mai sentito nessun bambino dire “Che splendore!” davanti a niente, neanche alla
Xbox o a ad Avatar
(figuriamoci poi un’opera d’arte, e contemporanea per giunta!). Gli adulti, che
si fermavano e cercavano di capire quella frase, da dove venisse; per scoprire
che apparteneva al loro stesso passato, che l’avevano gridata altri aquilani
secoli prima. E se è stato già fatto – con criteri diversi da quelli delle new
town
, secondo altre priorità: “la città facciamo bella” -, vuol dire che può essere
rifatto.

L’opera di Mario Airò a L’Aquila funzionava, funziona. Anche per il
contesto particolare e paradigmatico in cui si inserisce, di cui parleremo più
diffusamente in un’altra occasione. Airò è uno che ci sta provando, a dire alla
sua generazione: “Guardate che questa è l’ultima occasione per noi, facciamo
qualcosa di importante e grande, sul serio
”. Questo potrebbe essere quindi un inizio,
l’inizio di un ritorno alla realtà, di un nuovo contatto con il mondo
circostante. Il momento in cui l’arte contemporanea italiana comincia a uscire
dal recinto dorato, dallo spazio concentrazionario in cui si è auto-reclusa, da
questo confine mentale angusto, fatto di servilismi, piaggerie, meschinità,
minuscole gratificazioni fasulle, pigrizia concettuale e anemia creativa.
L’arte deve uscire fuori nel mondo, recuperare il contatto
con la realtà, perché solo così pensa ed esiste. È l’unico modo. Non è più tempo di fesserie.

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dal 6 aprile al 6 maggio 2010
Mario Airò – Re_Place
a cura di Pier Luigi Sacco
Sedi varie – 67100 L’Aquila
Ingresso libero
Info: tel. +39 337661865;
amicideimuseidabruzzo@gmail.com

[exibart]


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